Gaffe e compromessi per la quotazione di Enav

torre_enavLa sicurezza dei voli non considerata strategica. Le promesse roboanti di futuri dividendi.

ROMA – Dopo le Poste Italiane ora è arrivato il via libera del governo alla vendita dell’Enav (Ente nazionale di assistenza al volo). Fino al 49% del capitale, si dice nel comunicato, ma poi si sa – come proprio Poste insegna – che quel limite è assolutamente relativo e in qualsiasi momento superabile in funzione del fabbisogno di cassa del Tesoro. Per rendere più appetibile l’imminente offerta pubblica di vendita (Opv), Enav si è messa subito al vento e, fra le partecipazioni del Tesoro, ha voluto fare la prima della classe.

Il Consiglio di amministrazione della società infatti, pur essendo ancora a metà esercizio 2016, ha già stabilito che quest’anno distribuirà un dividendo pari a 95 milioni di euro. Tenuto conto che il fatturato del gruppo si aggira più o meno stabilmente intorno agli 850 milioni di euro e che l’anno scorso l’intero utile di esercizio è stato pari a 66 milioni, viene il dubbio che l’azienda si sia allargata un po’ troppo nel promettere dividendi sontuosi. Ma la cosa ancor più strabiliante sta nell’ipoteca messa dal Cda sugli esercizi successivi: “La società prossima alla quotazione a Piazza Affari – si legge nel comunicato stampa – prevede una politica di distribuzione dei dividendi basata su una percentuale non inferiore all’80% del flusso di cassa normalizzato”, cioè l’utile netto più gli ammortamenti e al netto degli investimenti industriali.

La proposta era talmente eclatante da indurre lo stesso Cda a smentire se stesso subito dopo: “Nonostante l’approvazione della suddetta politica dei dividendi, non può presupporsi la certezza che detti dividendi saranno effettivamente distribuiti, né tantomeno è possibile a priori definirne con certezza l’ammontare”. Ma va!

Se dunque l’Enav si fa bella con promesse da marinaio, la Presidenza del Consiglio non gli è da meno e sulla quotazione in Borsa sostiene candidamente di aver svolto l’istruttoria prevista dalle norme vigenti per l’eventuale esercizio del potere di veto ed ha concluso che “non sussistono controindicazioni all’operazione, con riguardo alla tutela degli interessi strategici dello Stato”. Ma come, il controllo del traffico aereo e gli altri servizi essenziali per la navigazione nei cieli italiani e nei nostri aeroporti, con sempre crescenti livelli di sicurezza, non costituiscono materia strategica da mantenere strettamente riservata e non divulgabile al primo fondo d’investimento straniero presente in Cda? Tant’è che il governo, contraddicendo se stesso, è costretto subito dopo a prescrivere “l’obbligo di riservatezza per tutelare l’accesso e la confidenzialità dei dati sensibili ai fini della sicurezza dello Stato”.

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