Chi vince e chi perde (davvero) le elezioni

movimentobandieraHa vinto il M5S. Oltre alla Raggi, escono trionfanti Di Maio, Di Battista con naturalmente Grillo e Casaleggio sugli scudi. Perde il Pd, disintegrato: il suo carrozzone, uscito debolissimo dall’esperienza di Marino e da mafia Capitale, è stato incapace di mettersi da parte, rilanciando il partito.

di Agostino Monaldi

ROMA – Ha vinto il MoVimento 5 Stelle. Quasi ovunque. A Roma porta a casa un consenso mai visto (oltre il 75 per cento in alcune periferie come Torbellamonaca o Ostia) e conquista altri comuni minori (come Genzano, feudo del Pd a due passi dalla Capitale). Ha vinto Alessandro Di Battista, il deputato pentastellato che molti avrebbero voluto candidare come sindaco della città eterna. Il suo sostegno a Virginia Raggi è sempre stato energico, ma ha anche girato per mezza Italia (è stato tre volte a Torino) per dare una spinta ai candidati del MoVimento. Ha vinto Luigi Di Maio, che ora quasi tutti i commentatori associano alla parola “premier”.

Non ha mai avuto una reazione fuori posto e anche il dissidio con il collega Roberto Fico è rimasto sotto traccia. Ha vinto Beppe Grillo: il suo “passo di lato” ha migliorato le cose ed evitato una radicalizzazione della campagna elettorale che invece ha avuto come protagonisti i candidati a 5 Stelle. Ha vinto (anche se non c’è più) l’inventore del “non partito” Gianroberto Casaleggio, soprattutto la sua convinzione che i cittadini possano entrare direttamente nelle istituzioni spazzando via i vecchi e autoreferenziali partiti tradizionali. Ha vinto anche suo figlio Davide, accusato in campagna elettorale di essere il “burattinaio” degli attivisti: gli elettori non hanno creduto al Grande Fratello e hanno premiato i pentastellati. Ha vinto, ovviamente, Virginia Raggi che, pur senza brillare, ha saputo sopportare tutta una serie di accuse e insulti senza mai perdere la calma.

Cambiando versante, le elezioni romane le ha vinte anche Giorgia Meloni. Aveva fatto un pasticcio negando di volersi candidare e proponendo Rita Dalla Chiesa (che poi ha votato Marchini e dopo Giachetti), ma ha saputo conquistare una bella fetta di elettori che, di fatto, l’incoronano regina dell’opposizione di centrodestra in aula Giulio Cesare. Al contempo, ha vinto anche Silvio Berlusconi che ha dimostrato di essere ancora fondamentale per il centrodestra, pure se il prezzo pagato è stato altissimo. Ha perso, invece, Matteo Salvini (il suo partito ha avuto solo il 2,7 per cento). Nel resto d’Italia è andata anche peggio.

Passiamo all’altra metà del campo. Ha perso il Pd, disintegrato. Il suo carrozzone, uscito debolissimo dall’esperienza di Marino e da mafia Capitale, è stato incapace di mettersi da parte, rilanciando il partito. Ha perso Matteo Renzi, che ha voluto essere allo stesso tempo premier e segretario dei Dem (anche se ha ammesso che il voto al M5S non è di “protesta” ma di “cambiamento”). Ha perso Matteo Orfini, commissario del Pd romano, che si è affidato alla demagogia e, non a caso, è stato preso a male parole nei mercati capitolini. Hanno perso gli esponenti del Pd che invece di parlare ai cittadini hanno cercato di colpire la Raggi e il MoVimento 5 Stelle con accuse campate per aria e addirittura con presunti avvisi di garanzia. Tra tutti, Alfonso Sabella, magistrato che aspirava a diventare capo di gabinetto di Giachetti e che ha attaccato la candidata del M5S sostenendo che fosse indagata per la vicenda (poco rilevante) della consulenza Asl avuta negli anni passati (e meno male che il Pd era garantista!).

Con lui hanno perso i “soldati” del renzismo, sempre pronti all’attacco mediatico e non al confronto politico: i deputati Fiano, Carbone, Romano, Rotta. Ha perso Roberto Giachetti, una persona perbene che, tuttavia, non ha mai emozionato gli elettori. Ha perso Francesco Rutelli, che ha messo in piedi una lista che ha avuto poco più dell’1 per cento dei voti. Ha perso Alfio Marchini, che ha avuto lo stesso consenso (10 per cento) di tre anni fa, ma con il 4 per cento di Forza Italia. Ha perso Il Messaggero, che ha fatto una guerra continua alla Raggi e una campagna a favore delle Olimpiadi, sostenendo che le elezioni di Roma sarebbero state un referendum a favore o contro la candidatura per il grande evento del 2024. Ha perso anche il presidente del Coni, Giovanni Malagò, che sullo stesso terreno ha fatto campagna elettorale contro il M5S (peraltro gettando Totti nella mischia con una dichiarazione improvvida). Ma il ministro dello Sport non dovrebbe essere sempre super partes, soprattutto nei dieci giorni finali di una campagna elettorale? Ora non ci resta che sperare che riprenda il dialogo tra le forze politiche per migliorare Roma.

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