La guerra atavica dei 5 stelle all’Acea

aceapiccola56433Pubblichiamo l’ampio reportage di “Formiche” (A. Picardi Palazzi) sui rapporti tra la Giunta Raggi e l’Acea.

Per l’interesse e l’attualità dei contenuti pubblichiamo l’ampio reportage di “Formiche” (a firma di Andrea Picardi Palazzi) sui delicati (e tormentati) rapporti tra la nuova Giunta municipale del sindaco Raggi e l’Acea, la multiutility dell’acqua e dell’energia, posseduta al 51% dal Comune.

ROMA – Oggetto del contendere l’accordo – già duramente contestato in passato dai cinquestelle – tra la multiutility romana e la Mekorot, società israeliana di proprietà statale, leader mondiale nel settore dell’acqua. Un’intesa datata dicembre 2013 con la quale le due aziende si sono impegnate a collaborare “nello scambio di esperienze e competenze nel settore del trattamento delle acque reflue, nella ricerca di soluzioni comuni per una gestione innovativa e sempre più efficiente delle reti di distribuzione di acqua potabile” e a studiare “soluzioni per la protezione e la sicurezza dei sistemi di approvvigionamento idrico”. Alla firma del memorandum – siglato sotto il precedente vertice di Acea, con Giancarlo Cremonesi presidente e Paolo Gallo amministratore delegato – erano presenti l’allora premier italiano Enrico Letta e l’attuale primo ministro d’Israele Benjamin Netanyahu.

Ma perché è tornato improvvisamente d’attualità un accordo stipulato ormai quasi tre anni fa? Il motivo sono le dichiarazioni rilasciate ieri da Di Maio e soprattutto dal deputato grillino e membro della Commissione Esteri di Montecitorio Manlio Di Stefano, riportate dall’Ansa e rilanciate oggi dai principali quotidiani. Secondo quanto raccontato dall’agenzia di stampa, i giornalisti al seguito della delegazione cinquestelle in Israele hanno chiesto ai due esponenti pentastellati se fosse confermata la posizione contraria al memorandum palesata in passato dal movimento. “Per Roma chiedete al neo sindaco Virginia Raggi“, ha risposto Di Maio. “Per il Parlamento” – ha invece spiegato Di Stefano – “ribadisco che non riconosciamo le colonie israeliane“. “Non facciamo accordi sui prodotti che vengono dalle colonie israeliane dei Territori. L’abbiamo detto già in Parlamento, lo confermiamo“. Un commento che pare in linea con l’orientamento manifestato subito dopo l’intesa – con due interrogazioni, una presentata alla Camera e l’altra in Assemblea Capitolina – dal partito fondato da Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggi.

A presentare l’interrogazione a Montecitorio il 13 gennaio 2014 era stata la deputata Federica Daga. Nel documento la pentastellata affermava che “la Mekorot è attivamente impegnata nel mantenimento dell’occupazione israeliana: l’azienda fornisce quasi la metà dell’acqua per usi domestici consumata dalle comunità palestinesi della Cisgiordania, diventando così il più grande fornitore di acqua nei territori palestinesi occupati“. Daga aggiungeva poi che “il controllo della Mekorot sul mercato dell’acqua palestinese è stato formalizzato e legittimato dagli accordi di Oslo, che obbligano l’autorità palestinese ad acquistare dalla società israeliana l’acqua estratta dalle falde acquifere dei territori palestinese, imponendo ai palestinesi uno stato di dipendenza dal quale la Mekorot trae profitti, mentre a loro è impedito di sviluppare un proprio settore idrico“. L’interrogazione si concludeva con alcune domande rivolte all’esecutivo: in particolare l’esponente grillina chiedeva come giustificasse “il Governo italiano l’avallo alla stipula di un accordo che ad avviso degli interroganti contribuisce alle violazioni israeliane del diritto internazionale umanitario” e “se, al fine di porre rimedio alla situazione economica di Acea, fosse veramente necessario stipulare accordi economici con una multinazionale così compromessa dal punto di vista del diritto internazionale”.

Qualche giorno prima – il 23 dicembre del 2013 – un’analoga interrogazione era stata, invece, presentata in Campidoglio. Firmatari gli allora quattro consiglieri capitolini del Movimento: l’attuale sindaco Raggi, Daniele Frongia (oggi vincesindaco), Marcello De Vito (divenuto la scorsa settimana presidente dell’Assemblea Capitolina) e il rieletto Enrico Stefàno. Nel documento si affermava tra le altre cose che “la società olandese di acqua potabile Vitens ha sciolto i rapporti con la società Mekorot in quanto la società viola il diritto internazionale a causa del suo coinvolgimento attivo nell’impresa degli insediamenti israeliani abusivi ed è responsabile del saccheggio delle risorse idriche nei territori palestinesi occupati e delle esclusione dei palestinesi dalla fornitura di acqua“.  Anche alla luce di questa considerazione i pentastellati chiedevano perché fosse “stato stato sottoscritto l’accordo tra la società Acea Spa e la società Mekorot che contribuisce a legittimare le violazioni del diritto internazionale umanitario”.

Posizione pentastellata certo non gradita alla comunità ebraica italiana, come emerge dall’intervista rilasciata da Noemi Di Segni a Repubblica. Nella conversazione con il quotidiano diretto da Mario Calabresi – nella quale ha affrontato più in generale il tema dei rapporti tra Israele e Palestina e contestato anche alcune delle posizioni espresse in questi giorni dai cinquestelle – la nuova presidente dell’Unione delle Comunità ebraiche italiane ha commentato senza mezzi termini la vicenza che vede coinvolta l’azienda di Tel Aviv: “Mekorot è una società a partecipazione statale molto importante, affidataria della gestione delle fonti idriche in Israele. Tutta la geografia della regione poggia su queste limitatissime risorse. Temo che quella dei 5Stelle sia una presa di posizione politica aprioristica, senza conoscere la topografia e la tecnologia. Beneficiamo tutti del credito tecnologico anziché etichettarlo politicamente. Poi colpisce che si metta in discussione un’intesa tra Acea, che ha problemi di dispersione dell’acqua, e Mekorot, specializzata nel valorizzare ogni goccia della risorsa“.
Il caso Mekorot non è però l’unico che caratterizzi i rapporti tra Acea e il movimento, sempre più turbolenti soprattutto dall’inizio della campagna elettorale per il Campidoglio e poi con il trionfo pentastellato al ballottaggio. A marzo, ad esempio, suscitò pesanti polemiche quanto dichiarato da Raggi a proposito dei vertici di Acea: “Una cosa che faremo di sicuro è cambiare il management“. Inoltre il Movimento 5 stelle contesta, sulla base del referendum sull’acqua pubblica, che dal settore idrico l’ex municipalizzata possa trarre profitti. Un altro capitolo dello scontro in atto risale, invece, a pochi giorni fa, al primo luglio scorso. Con un post su Facebook dal titolo evocativo “iniziamo a fare ordine“, il sindaco ha annunciato di aver inviato una lettera alla presidente di Acea Catia Tomasetti e all’amministratore delegato Alberto Irace proveniente dalla Publiacqua di Firenze (nominati quando il Campidoglio era governato da Ignazio Marino) per chiedere “chiarimenti su alcune nomine dirigenziali effettuate di recente, guarda il caso proprio a 3 giorni dal voto del ballottaggio“. “Vi chiedo di conoscere le motivazioni di tali scelte“, scrive Raggi, che aggiunge: “A tal proposito avrei anche piacere di visionare i curricula vitae di tutti i dirigenti selezionati“.

Che la posizione dei vertici di Acea – così come quella di tutti i manager che guidano le aziende partecipate del Campidigolio – sia sotto osservazione è poi confermato da rumors e indiscrezioni. C’è chi ha parlato di una possibile sostituzione disposta dal sindaco e chi, invece, ha ipotizzato un passo indietro da parte dei diretti interessati. E’ questo il caso della presidente di Acea Tomasetti, per la quale nei giorni scorsi si è a lungo parlato della possibilità di dimissioni. Voce smentita dall’azienda con una nota comparsa sul suo sito e poi venerdì scorso anche dalla presidente in persona, intervistata da Paolo Mieli al Festival dei Due Mondi di Spoleto: “Io non ho mai pensato di dimettermi dalla carica di presidente dell’Acea, anche se molti giornali lo hanno scritto. Quando cambia l’amministrazione di una città, d’altra parte, il cambiamento è un’esigenza, ma in genere si comincia dalle cose che non funzionano e c’è parecchio su cui intervenire prima di arrivare ad Acea“. Tomasetti ha poi aggiunto: “Sono molto rispettosa delle gerarchie e delle istituzioni e ho riposto alle sollecitazioni di Virginia Raggi. Sono un tecnico che presiede una società quotata e non posso avere simpatie per gli azionisti, ma devo pensare all’azienda nel suo complesso e a fare bene il mio lavoro. Se poi l’azionista sfiducerà i vertici, farò un passo indietro, ma per me sarebbe stato grave se mi fossi dimessa per il solo fatto che a Roma c’è un nuovo sindaco“.

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