Che autunno che sarà?

Imprese_chiuse_sliderTutti i dati del Pil, della produzione industriale, dell’esportazione congiurano contro l’Italia.

ROMA – Se ci fosse un barometro per misurare la pressione sociale del Paese forse potremmo avere qualche indicazione sul clima e gli umori degli italiani che ci aspettano da qui a Natale. E quelle previsioni, ahinoi, non tenderebbero sicuramente al sereno.

Tutto infatti congiura contro la tanto attesa ripresa dell’economia. La stagnazione del prodotto interno lordo registrata nel secondo trimestre di quest’anno è il principale termometro della febbre che tra alti e bassi non smette di tormentare il nostro sistema produttivo da otto anni a questa parte. E qualcuno, che non appartiene alla famiglia dei gufi, lo interpreta come il presagio di quella “stagnazione secolare” di cui hanno parlato recentemente premi Nobel ed economisti di tutto il mondo in un summit dal titolo “What’s Wrong With The Economy”.

In pratica, come ha riassunto l’economista di Harvard, Larry Summers, già consigliere di Bill Clinton e di Barack Obama, si tratta di questo: l’economia capitalistica ha bisogno di due motori propulsivi per crescere, la demografia e la tecnologia. Che fanno ora questi due motori? La demografia si rovescia, da fattore propulsivo a elemento frenante. Nei paesi sviluppati aumentano gli anziani che escono dall’età lavorativa, mentre nei paesi emergenti la natalità si riduce velocemente. Sull’altro versante l’innovazione tecnologica non si trasmette più come una volta negli aumenti di produttività del lavoro. “Crediamo di vivere in un’epoca prodigiosamente innovativa – sostiene il Premio Nobel Edmund Phelps – ma i gadget sfornati dalla Silicon Valley non stanno aumentando la produttività umana ai ritmi che erano tipici degli anni Sessanta”. Privata dei due motori fondamentali della crescita, l’economia può contare solo sulla pompa monetaria delle banche centrali, ma, come si è visto nel caso del “quantitative easing” di Mario Draghi, l’iniezione di denaro non basta più.

E in effetti il clima economico italiano volge decisamente al brutto. La fiducia delle famiglie e delle imprese continua a peggiorare e sconta un rallentamento della crescita, che potrebbe portare il Pil a salire soltanto dello 0,6/0,7% su base annua, contro l’1,2% stimato da Palazzo Chigi. La produzione industriale è calata a giugno dello 0,4%. Anche le tradizionali leve di crescita, come le esportazioni, segnano il passo e per la prima volta calano di mezzo punto percentuale rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Il circolo vizioso della deflazione con i prezzi fermi e il crollo delle vendite dei beni rimasti nei magazzini dei produttori, con conseguente riduzione della produzione e dei dipendenti, fa il resto.

Con questi dati ci si domanda cosa ci porterà l’autunno alle porte. Le risposte dei sociologi e dei profeti sono improntate alla massima preoccupazione. C’è chi addirittura intravede analogie con l’autunno caldo di quel lontano 1969 segnato dalla grande mobilitazione sindacale e dalle lotte operaie per il rinnovo dei contratti di lavoro che infiammarono il Paese e culminarono tragicamente a Piazza Fontana.

I paragoni storici, si sa, lasciano il tempo che trovano. Tuttavia va riconosciuto che il “combustibile” per un surriscaldamento del clima sociale non manca. 4 milioni e 598 mila persone vivono oggi in Italia in condizioni di povertà assoluta, pari al 7,6 per cento della popolazione. Quasi  3 milioni di lavoratori (2.944.000 per l’esattezza) hanno perso il posto e campano di sussidi. Per appena 30.000 di loro, quelli delle aree di crisi industriale complessa (come se ci fossero crisi industriali semplici!), come Termini Imerese o Piombino, Confindustria e sindacati si incontrano oggi per preparare una richiesta di proroga per la cassa integrazione in deroga e l’indennità di mobilità, che scadono il 31 dicembre.

E per tutti gli altri che si fa? E per gli oltre 120.000 lavoratori che il posto stanno per perderlo e che non compaiono ancora nelle statistiche dei senza lavoro? Ad oggi sono esattamente 502 le imprese che boccheggiano e per le quali sono state avviate dal Ministero per lo sviluppo economico le procedure di amministrazione straordinaria. E si tratta di imprese del calibro della Fincantieri di Palermo e di Monfalcone, dell’Eni di Gela, dell’Ilva di Taranto, dell’Agile (ex Eutelia) di Arezzo, della J&P Industries (ex Merloni), della Bombardier, ecc.

Mentre dunque l’industria manifatturiera italiana viene espugnata o venduta all’incanto, “Romae consulitur”, a Roma si discute, come direbbe Tito Livio. Si discute su quali materie il Senato “quasi abolito” continuerà a dire la sua, o sul doppio turno o sul premio di maggioranza della legge elettorale in gestazione. Si discute di referendum e della gara tra i sì e i no. E Renzi si esibisce nel suo repertorio preferito dello storytelling, questa volta sul grande progetto di “Casa Italia” per ricostruire il Paese con 20 miliardi, “che se l’Unione Europea non ce li concede, noi ce li prendiamo” (applausi!).

Qualche giorno fa lo storico ed economista Giulio Sapelli si domandava, a proposito della ventilata vendita della Magneti Marelli da parte della ex Fiat ai coreani della Samsung, “cosa fa il governo Renzi?, non dice nulla?”. No, si metta l’animo in pace, non dice assolutamente nulla. Anzi è probabile che, come già avvenuto, quando sarà il momento saluterà la perdita di un gioiello dell’imprenditoria italiana, con 100 anni di storia, prodotti tecnologici all’avanguardia, 40.500 addetti, 89 unità produttive e 12 centri di ricerca e sviluppo, come un successo dell’industria italiana che così “si rafforza e si internazionalizza”.

Come fa Sapelli, e i pochi altri come lui che ancora ululano alla luna (e noi con loro), a sostenere che “a questo punto dovrebbe intervenire l’esecutivo, come accade negli altri Paesi, per sapere di cosa si sta discutendo e cercare di mantenere in Italia i capisaldi di un’azienda così rilevante per il nostro Paese”? Sapelli, Sapelli! La stalla è ormai vuota, i buoi migliori se ne sono andati e né Renzi, né prima di lui Letta, nè prima ancora Monti hanno fatto nulla per fermarli. Anzi hanno consegnato le chiavi alle grandi banche d’investimento che, dietro commissioni stellari, hanno apparecchiato il banchetto.

Ora è caduta anche l’ultima foglia di fico, il nostro enorme debito pubblico, che è stata usata fin qui per giustificare il misfatto delle privatizzazioni. Mentre infatti si continuano a vendere aziende prestigiose come Ansaldo Trasporti, Sts, Enav e ciò che resta di Poste, per qualche centinaio di milioni, il nostro debito continua a salire inesorabilmente fino alla stratosferica cifra di 2.248 miliardi di euro, il 133% del nostro Pil.

Eppure c’è ancora qualche babbeo che crede al “saldo controllo” dello Stato sulle grandi aziende pubbliche, come l’Eni, l’Enel, le Poste e domani le Ferrovie e le Autostrade. I veri padroni sono ormai i grandi fondi di investimento anglo-americani e asiatici che hanno stretto un tacito accordo con lo Stato: “Noi stiamo buoni e zitti fin tanto che quei gruppi ci assicurano congrui dividendi; se però a qualcuno venisse in mente di anteporre gli interessi generali del Paese ai nostri sapremmo come impartire ordini ad Assogestioni per far valere i nostri diritti dominanti”.

Il treno della crisi dunque non si ferma e nella corsa trascina con sé il meglio del nostro apparato produttivo, centinaia di migliaia di posti di lavoro e il futuro di uno dei nostri figli su due. Il meccanismo di sviluppo si è definitivamente inceppato. “Il capitalismo va ripensato. Se lasciamo agire il mercato come meccanismo operativo della società, tratterà anche la vita umana come una merce”. Non è un passaggio del Capitale di Karl Marx, né un post di Fausto Bertinotti d’antant. Sono le parole pronunciate dal paladino del pensiero unico liberista, Sergio Marchionne, rivolto agli studenti della Luiss.

Probabilmente non sarà il prossimo autunno a segnare la svolta nella politica economica italiana, ma di sicuro questa classe dirigente è afflitta da un accentuato strabismo che la porta da un lato ad occuparsi di faccende del tutto insignificanti e ad ignorare dall’altro il vero motivo di fondo della crisi che, per dirla con le parole di Bruce Springsteen, sta nella “deindustrializzazione che con le sue vittime spinge in alto nei sondaggi i Donald Trump e decreta l’uscita della Gran Bretagna dalla Ue”.

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