Industria 4.0, libro dei sogni o solide realtà?

industriaSLIDERModeratamente concordi industriali e sindacati. Le cinque linee guida del Piano. I lati deboli del programma

 

ROMA – Lo scetticismo è d’obbligo. Dopo aver visto e letto per anni diecine di piani, programmi, libri bianchi, progetti, piattaforme e aver assistito al loro più o meno rapido oblio, il meno che si può fare è sospendere il giudizio sull’ennesimo documento programmatico del governo. Pensate, ci fu un tempo in cui addirittura si creò un ministero per la Programmazione economica, ma le cose, ahinoi, non cambiarono per questo.

Di che si tratta questa volta? Il Governo è sceso in campo con un Piano ad hoc in favore dell’Industria 4.0, così chiamata perché evocherebbe la quarta rivoluzione industriale dopo quelle della macchina a vapore (‘700), dell’elettricità e della produzione di massa (‘800) e quella dell’elettronica e dell’informatica (‘900).

Che cosa si intende per industria 4.0?  Ci si riferisce a un processo che porterà a una produzione industriale del tutto automatizzata e interconnessa, che utilizzerà massivamente strumenti quali i big data, internet of things, machine-to-machine, cloud computing, manifattura additiva, stampa 3D, robotica e tanto altro ancora per razionalizzare i costi e ottimizzare le prestazioni.  Un insieme di tecnologie, in gran parte già attive, destinate a sconvolgere il mondo della produzione e il mercato del lavoro.

In questa prospettiva il Piano prevede di mobilitare investimenti privati per circa 32 miliardi di euro nel periodo 2017-2020, a fronte di un impegno pubblico, nello stesso periodo, di circa 10 miliardi di euro. Gli obiettivi dichiarati sono cinque: assicurare neutralità tecnologica; impostare azioni orizzontali e non verticali o settoriali; operare sui fattori abilitanti (quali la banda larga e la connettività nelle aree grigie); far leva su strumenti esistenti per favorire il salto tecnologico e la produttività; coordinare i principali stakeholder senza ricoprire un ruolo dirigista.

Autori del Piano, e successivamente controllori della sua attuazione in quanto membri di una costituenda cabina di regia, sono la Presidenza del Consiglio, sei ministeri, le parti sociali che  hanno espresso apprezzamento per il cambio di ‘metodo’, la Cassa Depositi e Prestiti e alcune prestigiose università italiane, come l’ateneo Sant’Anna di Pisa.

Tra le più significative misure incentivanti previste dal Piano c’è il superamento del superammortamento al 140% con un “iperammortamento al 250% per i beni legati all’industria 4.0” ; una diversa modulazione del credito di imposta per ricerca e innovazione che sarà incrementale, portando l’aliquota della spesa interna fino al 50%, con un credito massimo da 5 a 20 milioni di euro; detrazioni fiscali fino al 30% per investimenti fino a un miliardo in start up e pmi innovative; il rifinanziamento con 900 milioni del Fondo centrale di garanzia con focus sulla copertura degli investimenti.

Per non farsi mancar niente, il Piano sarà supportato da “direttrici di accompagnamento” che prevedono questi investimenti: 6 miliardi dal privato e 6,7 miliardi dal pubblico per la banda ultralarga; 22 miliardi dal privato e 0,9 miliardi dal pubblico per il fondo centrale di garanzia; 1 miliardo all’anno dal privato e 0,1 miliardi dal pubblico per il made in Italy; 2,8 miliardi dal privato e 1 miliardo dal pubblico per i contratti di sviluppo (negoziazione ed erogazioni di finanziamenti personalizzati); circa 1,3 miliardi per il cosidetto “scambio salario-produttività”.

Al di là dello scetticismo pregiudiziale, sembra proprio che il Piano Industria 4.0 abbia tutte le carte a posto: mezzi finanziari, idee più o meno chiare, responsabilità gestionali e una governance strutturata. Dov’è allora il suo lato debole? Innanzitutto si regge sul presupposto che gli imprenditori privati, attratti dagli incentivi fiscali e creditizi, si accollino i tre quarti degli investimenti previsti (32 miliardi di euro sul totale dei 42 previsti dal Piano). E se, come si diceva una volta, “il cavallo non bevesse”, cioè i privati non si facessero sedurre dalle agevolazioni e non investissero i loro capitali, che succederebbe? Esiste un piano B?

Secondo elemento critico: è ormai dimostrato che se non si bonifica preliminarmente il terreno legislativo e burocratico su cui impatta l’investimento industriale (anche se il 4.0 è assai più soft di quello tradizionale) si perde gran parte della sua efficacia. Nel Piano non c’è traccia di questo importante vincolo.

Terzo fianco scoperto è quello che emerge dalla ricerca “The Future of the Jobs” presentata al World Economic Forum. Nei prossimi anni infatti fattori tecnologici e demografici influenzeranno profondamente l’evoluzione del lavoro. L’effetto sarà la creazione di 2 milioni di nuovi posti di lavoro, ma contemporaneamente se ne perderanno 7 milioni, con un saldo netto negativo di oltre 5 milioni di posti di lavoro. L’Italia ne dovrebbe uscire meglio di altri paesi, ma su questo punto, cruciale per l’efficacia del Piano, non si sono lette analisi puntuali e convincenti.

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