L’ex presidente della Consulta contesta il referendum

Consulta_sliderOnida, presenta due ricorsi. Oggetto della contestazione il quesito unico del referendum per almeno 10 questioni

 

ROMA – Il presidente emerito della Corte Costituzionale, Valerio Onida, ha presentato, insieme alla professoressa Barbara Randazzo, due ricorsi, uno al Tar del Lazio e uno al tribunale civile di Milano, per impugnare il quesito referendario del 4 dicembre. La motivazione dell’invalidità starebbe nel fatto che in un unico quesito vengono sottoposti all’elettore una pluralità di oggetti eterogenei.

L’azione arriva dopo quella promossa al Tar da M5s e Sinistra Italiana, ma a differenza di quella, che ha una portata soprattutto politica, questa di Onida poggia su argomenti squisitamente giudici. Nel ricorso al tribunale di Milano si chiede di accertare, in via d’urgenza, il diritto dei cittadini a votare un referendum costituzionale “su quesiti non eterogenei, a tutela della loro libertà di voto”. Uno, per esempio, potrebbe essere d’accordo nell’abolire il Cnel e non condividere invece la farraginosa riforma del Senato. In base al buon senso, prima ancora che alla giurisprudenza costituzionale, la scatola chiusa del “tutto o niente” contravviene allo spirito e alla lettera del regolamento di qualsiasi referendum.

Anche il ricorso Onida-Randazzo al Tar del Lazio “è rivolto contro il decreto di indizione del referendum medesimo, in quanto ha recato la formulazione di un unico quesito, suscettibile di un’unica risposta affermativa o negativa, pur essendo il contenuto della legge sottoposta al voto plurimo ed eterogeneo”. Per questo si chiede l’annullamento, previa sospensione, del decreto del Presidente della Repubblica di indizione del referendum e di ogni altro atto preliminare, connesso o consequenziale, e il rinvio della questione alla Corte Costituzionale.

In una recente intervista, Onida ha spiegato che nella riforma ci sono almeno dieci diversi aspetti, a partire dalla modifica del Senato ai rapporti tra Stato e Regioni e quindi si dovevano fare leggi distinte. Poiché invece se ne è fatta una sola, devono essere separati i quesiti referendari. Con un quesito unico si viola la libertà di voto degli elettori, garantita dagli articoli 1 e 48 della Costituzione.

Perché avete presentato due ricorsi? Ci siamo rivolti al Tar per impugnare l’atto di indizione del referendum e di formulazione del quesito. Il Tar infatti ha il potere di sospendere l’efficacia del decreto, fino alla decisione della Consulta sulla questione di costituzionalità della legge sul referendum. Ma essendo in discussione diritti fondamentali, abbiamo presentato ricorso anche presso il tribunale civile per chiederne l’accertamento, dal momento che lo stesso può solo rimettere la questione alla Corte, ma non sospendere l’atto.

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