L’inchiesta della procura su Il Sole 24 Ore

Sole24Ore_sliderL’ipotesi è quella del falso in bilancio. Un’interrogazione parlamentare del presidente dell’Adusbef

 

ROMA – La procura della Repubblica di Milano ha aperto un fascicolo “a modello 45”, vale a dire senza ipotesi di reato né indagati, per far luce sui conti del più importante quotidiano economico-finanziario italiano che fa capo a Confindustria. L’inchiesta è stata avviata in seguito all’esposto presentato nei giorni scorsi al procuratore capo, Francesco Greco, dall’associazione dei consumatori Adusbef che ipotizza il reato di falso in bilancio.

E in effetti scorrendo i bilanci degli ultimi anni della società editrice non si fa fatica a capire che c’è qualcosa che non torna. Il Sole 24 Ore – commenta il Fatto Quotidiano – “è l’unico giornale, da Gutenberg in poi, che è riuscito a dichiarare di non sapere esattamente quante copie vende, l‘unico che è riuscito a far schizzare all’insù le vendite e contemporaneamente a far crollare i ricavi”.

Nessuno di coloro che hanno guidato negli ultimi 10 anni la Confindustria e quindi il suo “fiore all’occhiello” editoriale può dire oggi “non sapevo”. In tutto questo tempo infatti non si contano gli esposti al collegio sindacale, le denunce alla Consob, le lettere aperte degli stessi giornalisti. Ma sarebbe bastato guardare con un minimo di attenzione i numeri per accorgersi delle manipolazioni. Il 6 dicembre 2007, giorno della quotazione in Borsa, Il Sole 24 Ore valeva 750 milioni, oggi ne vale poco più di 50; aveva 347 milioni di patrimonio netto (capitale e riserve), oggi ne ha 28 milioni; aveva una posizione finanziaria netta, cioè soldi in cassa, di 149 milioni, oggi ha debiti netti per 30 milioni. Insomma si sono volatilizzati 1,2 miliardi della Confindustria, di cui oggi le aziende associate non sanno a chi chiedere conto.

E se non fosse bastata la cura e l’attenzione degli amministratori, a raccontare le cose come stavano ci avevano già pensato nel 2010 quattro giornalisti del Sole 24 Ore (Donatella Stasio, Nicola Borzi, Alessandro Galimberti, Giovanni Negri) che avevano denunciato in maniera circostanziata tutte le imprese dei loro editori. Ma nessuno dette loro credito. Né l‘allora presidente della Consob, Lamberto Cardia, nè i consiglieri di  amministrazione e il collegio sindacale. 

E dire che in quel consiglio sedevano il presidente Giancarlo Cerutti, produttore di macchine per la stampa, azionista e consigliere di Mediobanca quando la banca d‘affari curava la quotazione in Borsa del suo giornale; c‘era Luigi Abete, tipografo anche lui e banchiere; c‘era Francesco Caio, oggi alla guida delle Poste, che si dice avesse scritto una lettera di fuoco ai vertici della società prima di dimettersi; c‘era Piero Gnudi, il commercialista d‘oro, buono per tutte le stagioni; c’era Antonello Montante, il fedelissimo di Emma Marcegaglia, poi indagato per mafia; c’era Giampaolo Galli, allora direttore generale della Confindustria, poi deputato del Pd. Tutti hanno fatto finta di non sapere. 

Anzi, il presidente della Confindustria dell’epoca, Luca Cordero di Montezemolo, per la quotazione in Borsa della società affida l’incarico a un manager considerato dalla inossidabile esperienza editoriale avendo già guidato la Rcs-Corriere della Sera. Si dà il caso però che proprio mentre nel 2000 Rcs comprava in Francia la casa editrice Flammarion, Claudio Calabi faceva un insider trading da manuale, comprando azioni Flammarion a 37-42 euro e rivendendole a 78 euro venti giorni dopo. Un guadagno di 365 mila euro per arrotondare il suo già lauto stipendio. Fatto sta che la Cob (la Consob francese) lo colse in flagrante e il presidente della Rcs Cesare Romiti lo mise alla porta in 48 ore. Nessun giornale scrisse una riga. 

Di quel collocamento in Borsa resta memorabile un’interrogazione parlamentare dell’allora senatore Elio Lannutti (lo stesso che oggi, come presidente dell‘Adusbef, con i suoi esposti alla Consob ha promosso l‘in chiesta giudiziaria). Si leggeva in quell’interrogazione che “Morgan Stanley, una delle più importanti banche d‘affari del mondo, sostenne che per rendere attraente il titolo sarebbe stato necessario collocarlo a un prezzo vicino ai 4 euro: sarà poi quotato a 5,75 euro”. Ma c’è di più. Montezemolo aveva sempre sostenuto che il collocamento era diretto principalmente agli investitori istituzionali, cui era riservato l‘80 per cento delle azioni offerte. Alla fine invece Mediobanca piazzò più della metà delle azioni nelle tasche dei piccoli risparmiatori. 

Nell’assemblea di bilancio del 2012 un azionista chiese come mai le copie salivano e i ricavi scendevano, nonostante l‘aumento del prezzo a 1,50 euro avrebbe dovuto comportare almeno un 20 per cento di incremento delle entrate. Il Fatto Quotidiano ricorda la memorabile risposta del presidente Cerutti: i dati diffusionali sono forniti dall‘Ads (Accertamento diffusione stampa), quindi “se il signor Esposito è soddisfatto della risposta siamo contenti altrimenti non possiamo farci nulla”. 

La sensazione diffusa negli ambienti politici ed economici della Capitale è che la “pentola” della Confindustria e del suo “fiore all’occhiello” editoriale debba essere ancora scoperchiata e possa riservare grandi sorprese.

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