Nel “cul de sac” della disoccupazione

disoccupazione-sliderLa recessione continua ad erodere il tessuto produttivo. Si allunga ogni giorno la lista delle aziende in crisi

 

 

 

ROMA – L’asfittica ripresa dell’economia italiana, che naviga a più o meno 0,7-0,8%, continua a seminare vittime tra le imprese industriali e le aziende artigiane. Anche nell’annunciata legge di stabilità di quest’anno, il governo continua tenacemente ad incentivare gli investimenti mentre la recessione spegne ogni speranza di risveglio della domanda. Paradossalmente il terremoto dell’Italia centrale e il flusso ininterrotto di sbarchi di migranti sono i due motivi forti che dovrebbero liberarci dal giogo soffocante dei parametri di Maastricht.

Ma intanto il tessuto industriale del Paese continua a sfarinarsi e ogni giorno l’elenco delle imprese in crisi si allunga. Lo sforzo che la povera vice ministro dello Sviluppo economico, Teresa Bellanova, compie per salvare il salvabile assomiglia sempre di più a quello del mitologico Sisifo: per quanti accordi riesce faticosamente a fare per contenere licenziamenti o chiusure di stabilimenti, altrettante nuove situazioni di crisi complesse la investono.

Siamo arrivati a più di 180 tavoli aperti al ministero dello Sviluppo economico per un totale approssimativo (per difetto) di circa 130/140 mila lavoratori, nel migliore dei casi in cassa integrazione o in procinto di perdere il lavoro. L’ultimo comunicato che arriva da via Veneto è un vero e proprio bollettino di guerra.

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Solo ad ottobre la vice ministro ha riconvocato il tavolo Cementir per sollecitare azienda e rappresentanze sindacali “a ragionare sugli strumenti a disposizione per individuare una soluzione al di fuori della procedura di mobilità già attivata”. Da un tavolo all’altro: quello più “scivoloso” in questo momento è quello di Almaviva su cui il governo getta tutto quello che ha per scongiurare i licenziamenti: 30 milioni di euro per ammortizzatori sociali a sostegno del settore dei call center; inasprimento delle sanzioni e intensificazione dell’azione ispettiva del Mise e dell’Ispettorato del lavoro; assunzione del contratto di lavoro nei bandi di gara per contrastare le gare al massimo ribasso.

E la “never ending list” continua inesorabile. Sulla graticola di ottobre troviamo anche la Ericsson, l’Isotta Fraschini, l’Ims, il Gruppo Novelli, la Selcom, la Natuzzi, l’Acqua Claudia. la Yanfens. E sta per arrivare la valanga degli esuberi bancari per la quale si parla della riduzione di 30 mila posti di lavoro. Il risultato è che il tasso generale di disoccupazione aumenta all’11,7% e quello giovanile dal 40%.

In questa classifica “noir” la situazione del Lazio è seconda solo alla Lombardia per ore di cassa integrazione nel mese di settembre, rispetto al mese di agosto 2016. Capolista sul territorio regionale sempre la provincia di Frosinone che da mesi oramai segnala un costante incremento delle ore di cig. Segue la Capitale con un aumento complessivo del 58,5%. In entrambi i casi a salire è soprattutto la cassa straordinaria che a Roma segna un’impennata di circa l’83%, mentre a Frosinone raggiunge cifre esponenziali.

“Se l’incremento delle ore di cassa integrazione a settembre rispetto ad agosto è fisiologico, non lo è invece nel confronto con lo stesso periodo dell’anno precedente”, commenta il segretario generale della Uil di Roma e del Lazio, Alberto Civica. Rispetto a settembre 2015 infatti le ore complessive di cig nel Lazio sono aumentate del 6,4% e se la cassa ordinaria scende, la straordinaria registra un incremento annuale di circa il 50%. Aumenti che tradotti in lavoratori significa 37.436 persone salvaguardate temporaneamente dagli ammortizzatori sociali.

“Visto lo scenario regionale e nazionale, il rischio è che molte aziende stiano optando per la riduzione del personale e i dati sul precariato e i contratti di lavoro purtroppo confermano tale sospetto – continua Civica – Nei primi nove mesi di quest’anno, infatti, nella nostra regione si hanno, rispetto al 2015, un calo del 36% dei contratti a tempo indeterminato, del 15% delle assunzioni in genere e una diminuzione di circa il 32% delle trasformazioni contrattuali che avevano, invece, registrato un boom nel 2015”.

“Una pratica, questa dei voucher- conclude Civica – che, nonostante le numerose denunce in merito, continua ad aumentare producendo maggiore precariato e maggiore povertà. Basti pensare che ogni voucher vale 10 euro per un’ora di lavoro, ovvero 7,50 per il lavoratore e 2,50 per previdenza e assicurazione. Cifre bassissime che rappresentano anche un danno al sistema pensionistico perché se originariamente i voucher dovevano essere destinati a studenti, pensionati e/o manifestazioni sportive, adesso sono talmente estesi da essere utilizzati anche dagli organi istituzionali e da rappresentare a volte anche una copertura a quel lavoro nero che, teoricamente, il voucher avrebbe dovuto ridurre”.

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