Trump, la waterloo dei sondaggisti

Trump_slider“I sondaggi ormai hanno la stessa attendibilità delle previsioni astrologiche”. La similitudine con la Brexit 

 

 

ROMA – C’era da aspettarsi che il giorno dopo i maitre à penser, gli editorialisti, i politologi rimontassero in cattedra (da cui erano rovinosamente caduti nella lunga notte elettorale americana) e ci spiegassero perché Donald Trump ha vinto, perché la working class Usa ha votato per un tycoon miliardario o perché le elettrici non hanno votato in massa per Hillary.

Sono sempre quelli del giorno dopo, che non conoscono vergogna o autocritica. Una delle poche voci controcorrente, particolarmente apprezzata, è stata quella di Vittorio Zucconi: “L’America muta ha trovato voce in Trump. E’ un voto dei forconi, un’insurrezione. Quella che ha scelto il magnate è l’America non vegana, quella che noi giornalisti non raccontiamo più, chiusi nelle nostre redazioni a Park Avenue e immersi nella rete, e che invece vediamo quando usciamo dalle città e scopriamo che tutto è diverso da come lo immaginiamo”.

E con i politologi buoni per tutti i talk show e le stagioni elettorali, affondano nel dileggio i professionisti del sondaggio. Dopo l’exploit del Movimento 5 stelle che nel 2003 prese tutti in contropiede, dopo Brexit su cui nessuno aveva scommesso, questa volta il flop è stato unanime e clamoroso. E’ ormai convinzione generale che “i sondaggi hanno la stessa attendibilità delle previsioni astrologiche”.

I grandi sconfitti delle elezioni americane del 2016 – diceva il Corsera – sono i modelli matematici che hanno assicurato per mesi una vittoria larga o stretta, ma comunque certa, a Hillary Clinton. Da quello del New York Times, che alla vigilia dell’Election Day le assegnava l’85% di possibilità di conquista della Casa Bianca, fino ai diversi sistemi di previsione proposti dalle superstar della statistica. Con Nate Silver, ideatore del sito Five Thirty Eight, che ha sempre concesso a Donald Trump solo una possibilità su tre di diventare presidente, e il suo competitor Sam Wang del Princeton Election Consortium che negli ultimi giorni è arrivato ad assegnargli l’1% di chance di vittoria. Le previsioni erano affidate ad algoritmi, calcoli e formule che si sono date battaglia nei salotti televisivi e sui social network con l’obiettivo di affermare la bontà di un modello su tutti gli altri, ma fallendo tutti clamorosamente.

Forse Donald Trump non aveva tutti i torti quando — a ogni nuovo sondaggio che ribadiva il netto vantaggio di Hillary Clinton — ripeteva che non era colpa sua ma dei sondaggisti, i quali «come hanno sbagliato le previsioni su Brexit, sbaglieranno anche quelle sulle elezioni americane». Il candidato repubblicano ha twittato spesso con violenza che i sondaggi sono truccati, ma molto più probabilmente erano soltanto sbagliati.

D’altronde, oltre agli errori dei modelli statistici, sulle previsioni di voto dei repubblicani può aver influito anche il famigerato “effetto Bradley” (dal nome del sindaco di colore democratico di Los Angeles, Tom Bradley, che nel 1982 si candidò a governatore della California con i favori del pronostico e fu invece sconfitto dal rappresentante bianco dei repubblicani), secondo cui molti elettori, per paura di essere tacciati di razzismo, dichiarerebbero di non votare per un candidato bianco, o di essere ancora indecisi, per poi dargli la preferenza nel segreto dell’urna.

In questo ci sarebbe una similitudine con il voto Brexit: “La diffusa vergogna morale riservata ai supporter del ‘Leave’ in Inghilterra tacciati come razzisti, xenofobi e bigotti — ha detto Steve Hilton, ex consulente di David Cameron — è la stessa che ha investito gli elettori di Trump in America”. E di analogia in analogia, aggiungiamo noi, assomiglia a quella “sindrome della DC”, quando nel secondo dopoguerra non c’era uno che dicesse di votare per il partito di De Gasperi, che poi puntualmente stravinceva ogni elezione.

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