L’irresistibile escalation finanziaria di Poste

Poste_sliderPresentata un’offerta da 3 miliardi insieme per l’acquisto di Pioneer. Lo sciopero generale dei dipendenti

 

ROMA – Squilli di tromba e tappi di champagne hanno salutato l’offerta di acquisto della Pioneer di Unicredit da parte del neo costituito gruppo tra Poste Italiane, Cassa depositi e prestiti e Anima.

Continua dunque l’irresistibile escalation finanziaria di Poste. Dopo aver già acquistato un anno e mezzo fa il 10% di Anima, alleggerendo i conti del Monte dei Paschi di Siena, e aver versato 260 milioni nel fondo di salvataggi bancari, Atlante, ora il gruppo guidato da Francesco Caio si appresta a dare una mano a Unicredit mediante l’acquisto di Pioneer, consentendogli  di ridimensionare per circa 3 miliardi l’aumento di capitale deliberato.

L’entusiasmo dei pretendenti è alle stelle: “Oggi, in coerenza con gli obiettivi di sviluppo del nostro piano industriale, compiamo un ulteriore importante passo nel settore del risparmio gestito, con l’ambizione di creare un player italiano che rafforzi le sue prospettive di crescita in un settore strategico per il Paese”, ha commentato Francesco Caio, amministratore delegato di Poste Italiane. Fabio Gallia, ad di Cdp, si spinge ancora più avanti: “Con la creazione di un operatore leader in Italia nell’industria dell’asset management (la gestione del risparmio, ndr) si conferma la valenza strategica del risparmio come canale di immissione di risorse private nel sistema produttivo del Paese come sostegno all’economia reale”.

Mentre i corifei della stampa italiana applaudono incondizionatamente, ci sono ancora molti punti da chiarire nelle alchimie finanziarie di Caio&C. Non è ancora chiaro se Poste Italiane si stia tirando a lucido prima della vendita delle azioni ancora in mano pubblica (il 29,7% del ministero dell’economia, dopo aver ceduto un altro 35% a Cdp) o se il piano di cessione, momentaneamente sospeso, verrà del tutto abbandonato. Ci si interroga sul regista effettivo di simili operazioni: se è il premier Renzi, con i suoi consiglieri economici, a dettare le scelte, o è il ministro Padoan sempre alla ricerca di soldi da qualunque parte e comunque arrivino. O se le decisioni sono prese nel solito salotto degli “gnomi” finanziari alla Costamagna, Caio, Carreri, straordinari inventori di business, tutti epigoni delle varie Goldman Sachs, Morgan Stanley, McKinsey.

Di sicuro c’è che, se l’operazione Pioneer andasse in porto, nascerebbe un operatore leader nell’industria della gestione del risparmio con i 147 miliardi di risparmi già in gestione che si andrebbero a sommare ai 225,8 miliardi della Pioneer Investments. Che però questo colosso operi in un settore strategico per il Paese, o peggio si confermi come canale di immissione di risorse private nel sistema produttivo del Paese come sostegno all’economia reale, è una favoletta che non si può più ascoltare. Come sempre, l’obiettivo ultimo di queste ardite costruzioni finanziarie è soltanto quello di “creare valore per gli azionisti” e così sarà anche questa volta.

Il Paese reale infatti sta a guardare indifferente, anzi rassegnato. Lo sciopero generale del 4 novembre scorso dei 143 mila dipendenti di Poste Italiane che chiedevano di ripensare all’ulteriore tranche di privatizzazione di una delle più grandi aziende italiane presenti su tutto il territorio a servizio delle comunità e dei cittadini, non ha scalfito minimamente le granitiche certezze del governo.

Denunciare l’attenzione esclusiva al segmento finanziario per un’azienda logistica come Poste di primaria importanza nel panorama italiano, così come considerare i dipendenti come venditori a cottimo di polizze e fondi d’investimento, agli occhi dei manager “illuminati” sembrano battaglie di retroguardia da ancien régime.

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