Terrorismo, l’istigazione non è reato

Jihadisti-sliderLe motivazioni della sentenza per l’assoluzione dei quattro presunti terroristi di Andria

 

ROMA – “Chiunque istiga a commettere un reato è punito, per il solo fatto dell’istigazione, con la reclusione da uno a cinque anni” (art. 414 codice penale). “Chiunque offre o promette denaro per indurre un pubblico ufficiale ad omettere o ritardare un atto del suo ufficio, ovvero a fare un atto contrario ai suoi doveri è punito con la reclusone da 8 a 20 mesi di reclusione (art. 322 II comma c.p.). “Chiunque determina altri al suicidio se il suicidio avviene è punito con la reclusione da 5 a 12 anni. Se il suicidio non avviene la pena è ridotta da 1 a 5 anni” (art.580 c.p.).

Questo dice il nostro codice penale in tema di istigazione. Ma le norme, secondo la suprema Corte di Cassazione, valgono per tutte le ipotesi di reato ma non per il terrorismo. Stamattina infatti sono state rese note le motivazioni con cui nel luglio scorso sono stati assolti “perchè il fatto non sussiste” i quattro adepti dell’imam di Andria, Hosni Hachemi Ben Hassen, espulso dall’Italia (non condannato per istigazione al jihadismo).

Questo, si sa, è un Paese di legulei e di azzeccagarbugli (absit iniura verbis), in grado di sostenere indifferentemente qualsiasi tesi e il suo contrario. Ma la motivazione per l’assoluzione dei quattro presunti terroristi è un capolavoro: “L’attività di proselitismo finalizzata ad indurre la disponibilità ad unirsi ai combattenti per la causa islamica e ad immolarsi per la stessa” non è punibile se la “formazione teorica degli aspiranti kamikaze non è affiancata dall’addestramento al martirio di adepti da inviare nei luoghi di combattimento”.

Ci mancava solo che si sostenesse la punibilità dell’istigazione solo se accompagnata da una strage e sarebbe stata l’apoteosi dell’assurdo. Ma come, uno si dice “preparato affinchè possa Dio sparpagliare il mio corpo per la sua causa…..voglio che le mie carni vadano in pezzi!”. E aggiunge: “Dio prendi il mio sangue come vuoi e disperdi il mio corpo per il tuo disegno come vuoi. Amen!”, e costui non sarebbe in odore di terrorismo, pronto a farsi saltare in aria in un aeroporto o in una discoteca? (sono solo alcune delle frasi dei quattro intercettate sul cellulare dell’imam!).

No, se non dimostro – secondo i giudici della Cassazione – di essere stato nei campi di addestramento in Siria o in Iraq e di aver ottenuto dall’Isis la patente di terrorista, non posso essere sottoposto a misure restrittive. 

Il paradosso è che il giorno prima e il giorno dopo questa sentenza ci hanno spiegato che il nostro apparato di intelligence, i nostri servizi, le nostre forze dell’ordine svolgono un’eccellente opera di prevenzione che ci ha messo finora al riparo da attentati terroristici. Ed è vero: migliaia di uomini e donne lavorano ogni giorno silenziosamente per neutralizzare questi potenziali assassini prima che mettano in atto le loro folli imprese.

Poi si alza un magistrato togato e con sottili sofisticherie manda all’aria il lavoro di anni. Qui non si tratta di essere garantisti o giustizialisti. Ma non vorremmo che si tornasse all’atroce dilemma degli anni di piombo: la gravità del pericolo legittima l’emanazione di leggi speciali per contrastarlo? Le limitazioni di alcune libertà individuali sono giustificate dal rischio mortale che corre la collettività?

La legislazione di emergenza è sempre una misura estrema applicabile solo in casi eccezionali di conflitti o di catastrofi naturali. Di fronte però all’ondata di attacchi terroristici che ha insanguinato mezza Europa c’è chi ne invoca il ricorso. Noi non siamo tra questi anche perché riteniamo che nel nostro ordinamento esista già un sistema di norme in grado di assicurare le necessarie protezioni. Sempre che ovviamente non ci sia qualcuno che, in virtù di stravaganti interpretazioni, non laceri quel tessuto!

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