Agenti penitenziari, la lunga scia di suicidi

Carceri_sliderNegli ultimi tre anni si sono suicidati più di 40 poliziotti. L’inefficace azione di prevenzione del Dap.

 

ROMA – L’ultima notizia è di tre giorni fa. Un agente della polizia penitenziaria si è suicidato a Perugia dove lavorava. Aveva 40 anni, sposato e padre di un bambino, si è tolto la vita nella Caserma Agenti del carcere di Capanne. 

A dare la triste notizia è stato Fabrizio Bonino, segretario nazionale per l’Umbria del Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria SAPPE: “Sembra davvero non avere fine il ‘mal di vivere’ che caratterizza gli appartenenti al Corpo di Polizia Penitenziaria. Tragedie che ogni volta che si ripetono determinano in tutti noi grande dolore e angoscia. E ogni volta la domanda che ci poniamo è sempre la stessa: si poteva fare qualcosa per impedire queste morti ingiuste? Si poteva intercettare il disagio che caratterizza questi uomini e, quindi, intervenire per tempo? 

Ma purtroppo la lista dei suicidi tra gli agenti della Polizia Penitenziaria è drammaticamente lunga e non accenna a ridursi. Così,: “Non può essere taciuto – dice il segretario generale del Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria (Sappe), Donato Capece – ma deve anzi seriamente far riflettere la constatazione che negli ultimi 3 anni si sono suicidati più di 40 poliziotti e dal 2000 ad oggi sono stati complessivamente più di 100”.

A scorrere l’elenco degli ultimi sei mesi si resta scioccati. 19 giugno, un agente di appena 32 anni in servizio presso il carcere Cotroneo di Trieste di toglie la vita sparandosi con la pistola d’ordinanza. 6 luglio, un maresciallo di 47 anni si suicida nel carcere di Cremona. 9 e 10 agosto, due giorni horribiles per la Polizia Penitenziaria: a Massa Carrara un sottufficiale di 47 anni si toglie la vita sparandosi con la mitraglietta d’ordinanza; il giorno dopo è la volta di un altro ‘basco azzurro’ in servizio nel carcere napoletano di Poggio Reale a suicidarsi impiccandosi in casa. E non è finita: il primo novembre un giovanissimo agente di 28 anni si toglie la vita nel carcere della Giudecca a Venezia. Tre giorni fa, come già detto, l’ultima tragedia nella casa circondariale di Perugia.

A fronte di questa agghiacciante contabilità, il Dap (Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria) ha finora messo in campo una serie di ‘pannicelli caldi’ assolutamente insufficiente a conoscere innanzitutto le cause e a contenere poi un fenomeno di questa portata. L’ultima trovata consiste nell’istituzione di un numero di telefono che può essere contattato da chi, in tutta Italia, si viene a trovare in una situazione personale di particolare disagio! 

Anche nel recente saluto del Capo del DAP, Santi Consolo, alla Polizia Penitenziaria non c’è cenno al disagio fisico e psicologico che la serie ininterrotta di suicidi dimostra. Ci sono solo le, sacrosante, congratulazioni per i “numerosi i tentativi di suicidio dei detenuti sventati dalla Polizia Penitenziaria che hanno impedito, al già pesante bilancio dei suicidi verificatisi nei mesi tra giugno e luglio, di subire un ulteriore incremento. Questo grazie alla puntuale osservanza delle linee guida diramate dal Ministro della Giustizia e delle raccomandazioni del Dipartimento, rivolte a prevenire gli eventi suicidari (!).

Eppure il drammatico fenomeno è stato studiato a fondo ed ha anche un nome: la sindrome del “burn out”, caratterizzata in generale da affaticamento, logoramento, improduttività, depressione, sintomi psicosomatici, che si manifesta in operatori con mansioni a carattere sociale, quali appunto, medici, assistenti sociali, o guardie carcerarie. Aggravata dalle particolari condizioni ambientali, per gli agenti della Polizia Penitenziaria la sindrome si traduce in esaurimento emotivo, ridotta capacità di accoglimento e contenimento, nonché ridotta gratificazione e realizzazione personale.

Il sindacato degli agenti penitenziari, lancia perciò l’ennesimo grido d’allarme: “L’amministrazione penitenziaria non può continuare a tergiversare su questa drammatica realtà. Servono soluzioni concrete per il contrasto del disagio lavorativo del personale di Polizia Penitenziaria. Come anche hanno evidenziato autorevoli esperti del settore, è necessario strutturare un’apposita direzione della Polizia Penitenziaria, composta da medici e psicologi impegnati a tutelare e promuovere la salute di tutti i dipendenti dell’Amministrazione Penitenziaria”.

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