Economist: “No al referendum”

The_Economist_apeIl settimanale britannico contesta gli eventuali effetti della prova referendaria. Il rischio di un uomo forte e solo al comando. La riforma del sistema bicamerale insulta i principi democratici. Lo spettro di Grillo che agita l’Europa

 

 

ROMA – L’autorevole settimanale inglese, oggi in edicola, non ha dubbi: “L’Italia ha effettivamente bisogno di ampie riforme, ma non quelle proposte da Renzi nel referendum”. Le modifiche costituzionali infatti proposte dal premier italiano, osserva il settimanale, non affrontano il vero problema, che è il rifiuto italiano di fare le necessarie riforme (della giustizia, del sistema fiscale, della scuola, ndr). Per cui ogni eventuale beneficio teoricamente ricavabile dalle modifiche proposte verrebbe di fatto vanificato dai suoi stessi effetti contrari.

L’Economist dà atto a Matteo Renzi di aver rappresentato una grande speranza di cambiamento e che il referendum, nelle sue intenzioni, dovrebbe servire a realizzare i cambiamenti di cui l’Italia ha bisogno per far crescere l’economia nazionale e non essere più “la principale minaccia alla sopravvivenza dell’euro”. Ma la realtà si è rivelata diversa dalle intenzioni, da cui la sentenza senza appello: “L’Italia deve votare no al referendum.

Se il rischio che si vuole esorcizzare fosse quello di mettere fine all’instabilità che ha dato all’Italia 65 governi dal 1945 ad oggi, la conseguenza paradossale sarebbe quella di creare l’uomo forte della provvidenza. “Questo è il paese che ha prodotto Benito Mussolini e Silvio Berlusconi ed è vulnerabile in modo preoccupante al populismo” (come se la Gran Bretagna di Farage e della Brexit ne fosse immune! ndr).

Entrando nel merito dei contenuti referendari, l’editoriale dell’Economist ammette che il sistema bicamerale italiano produce uno stallo e riformarlo sembrerebbe logico, “ma i dettagli della riforma insultano i principi democratici”. Il Senato non sarebbe eletto, bensì composto di membri di assemblee regionali e sindaci, ovvero di quei poteri locali che in Italia sono spesso i più corrotti.

In secondo luogo la riforma concede al partito di maggioranza alla Camera “un immenso potere, dando al maggiore partito il 54 per cento dei seggi e la garanzia di governare cinque anni”. Il rischio che il settimanale britannico intravede è che a beneficiare di queste condizioni sarebbe in futuro Beppe Grillo: “Lo spettro di Grillo come primo ministro, eletto da una minoranza e tenuto al potere dalle riforme di Renzi, è una possibilità che molti italiani e una gran parte dell’Europa giudicano allarmante”.

Per quanto riguarda infine il “rischio di un disastro” se il referendum sarà bocciato, l’Economist conclude che “le dimissioni di Renzi potrebbero non essere la catastrofe temuta da molti in Europa. L’Italia potrebbe mettere insieme un governo tecnico ad interim, come ha fatto molte volte in passato. Se invece un referendum perduto scatenasse il collasso dell’euro, allora sarebbe un segnale che la moneta europea era così fragile che la sua distruzione era solo questione di tempo”.

Secondo indiscrezioni raccolte da La Repubblica, la decisione di schierarsi per il no avrebbe spaccato la redazione dell’Economist tra favorevoli e contrari al referendum. L’attacco al referendum renziano è dunque frontale. Il premier italiano può solo contare sulla scaramanzia: “Dal momento infatti che l’autorevole settimanale britannico “ha appoggiato Remain nel referendum sulla Ue e Hillary Clinton nelle presidenziali americane, la sua decisione di appoggiare il no al referendum italiano potrebbe essere considerata il bacio della morte” per D’Alema e compagni.

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