Finmeccanica, proposte generiche Ue per la difesa

Eurofighter_sliderLa Commissione europea vara un ‘Piano generale di difesa’. Vaghe intenzioni e promesse di stanziamenti futuri

 

 

ROMA – La Finmeccanica forse c’aveva fatto la bocca: secondo il Financial Times la Commissione europea nella riunione di ieri avrebbe dovuto avanzare delle proposte legislative con un forte impatto sulla spesa europea per la difesa. In particolare, ci si attendeva che venissero potenziati i fondi per la sicurezza informatica, le navi militari e la tecnologia dei droni.

Il piano inoltre doveva comprendere anche un aumento degli appalti pubblici transfrontalieri per la difesa, la standardizzazione delle attrezzature e l’uso dei programmi europei di politica dello spazio per motivi di sicurezza.

Tanta era l’attesa che gli analisti di Mediobanca Securities confidavano che la decisione comunitaria avrebbe potuto “rappresentare un ottimo catalizzatore per il titolo Leonardo-Finmeccanica, non essendo del tutto riflessa nelle nostre stime: ricavi a 12,091 miliardi di euro quest’anno dai 12,994 del 2015 e utile a 476 milioni dai 471 milioni del 2015 e ricavi a 12,132 miliardi nel 2017 e utile a 519 milioni nel 2017”. Infatti per gli analisti, che hanno confermato il rating outperform con un target price di 15 euro sull’azione, se il primo mandato dal 2014 al 2016 del ceo di Leonardo, Mauro Moretti, è stato focalizzato sulla ristrutturazione aziendale, il secondo sarà improntato sulla crescita.

Attesa delusa? In parte sì perché nella riunione di ieri la Commissione europea ha partorito il solito “Piano generale di difesa” comunitaria che “mira a creare le condizioni di un rafforzamento della cooperazione nel settore della difesa, al fine di massimizzare i risultati e l’efficienza delle spese militari e ad incoraggiare una base industriale della difesa forte, competitiva e innovativa”.

Al di là delle belle parole e dei buoni proponimenti, l’unica decisione concreta della Commissione sembra essere la creazione di un Fondo europeo della difesa, articolato in due “sportelli” complementari ma differenti nella loro struttura giuridica e finanziaria.

•    Lo sportello “ricerca” finanzierà la ricerca collaborativa nelle tecnologie innovative e strategiche, con una dotazione iniziale di 25 milioni di euro l’anno, che potrebbe arrivare a 90 milioni nel 2020.
•    Lo sportello “capacità” dotato di strumenti finanziari in grado di permettere a ciascun Stato membro di effettuare acquisti di gruppo di certi sistemi e attrezzature militari al fine di ridurne i costi. Questo sportello dovrebbe poter mobilitare qualcosa come 5 miliardi di euro l’anno.

A meno che i resoconti sommari dei lavori della Commissione non nascondano decisioni più concrete e ravvicinate, siamo ben lontani da quei provvedimenti in condizione di esprimere quell’impegno nel settore della difesa che la Nato sollecita per tutti i paesi membri.

Com’è noto, l’obiettivo dell’Alleanza Atlantica è che sia destinato in ogni Paese il 2% del pil alla difesa, ma oggi come oggi solo quattro Stati dell’Unione rispettano questo target. Sono la Francia (2,2%), la Grecia (2,2%), il Regno Unito (2,2%) e l’Estonia (2%). In ambito Nato gli altri due paesi che superano la soglia sono gli Usa (3,5%) e la Turchia (2,2%).

L’Italia si ferma all’1,5%. Secondo il Sipri, lo Stockholm International Peace Research Institute, la fonte più autorevole in materia, il nostro paese ha speso nell’ultimo anno di rilevazione, il 2014, poco più di 23 miliardi di euro per la difesa. Dopo una leggera risalita nel periodo 2008-2010, la spesa militare dell’Italia si è caratterizzata per un trend discendente.

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