Nuove turbolenze nel cielo di Alitalia

ALITALIA_sliderPesanti perdite nei primi nove mesi. Etihad cerca alleati, torna l’ipotesi Stato. Attriti tra arabi e italiani sui tagli

 

ROMA – Il vecchio piano industriale che doveva portare al pareggio di bilancio entro quest’anno è saltato sotto il peso di un deficit che supera i 200 milioni e non accenna a invertire tendenza. Anche l’ipotesi che quel traguardo possa essere raggiunto nel 2020 appare come poco più di una scommessa.

In queste condizioni i consiglieri d’amministrazione se la squagliano (la scorsa settimana se ne sono andati in tre, Pierre Mustier, Paolo Colombo e Antonella Mansi). L’amministratore delegato, Cramer Ball, non ha tirato fuori il coniglio dal cilindro e appare sempre più in difficoltà. Il socio Etihad, stando così le cose,  cerca un partner industriale e propone un piano di risanamento dell’azienda della serie ‘lacrime e sangue’.

Su questo punto è scoppiato il contrasto tra gli italiani e i soci degli Emirati Arabi Uniti. La linea infatti che è emersa in cda e che dovrebbe costituire l’asse portante del nuovo piano industriale passa per le solite componenti: 300 impiegati in cassa integrazione, 1.100 esternalizzati ad altre aziende, 15 aerei di corto raggio messi a terra, taglio dei contratti dei piloti e assistenti di volo, affidamento di collegamenti nazionali ad Alitalia Cityliner che offre contratti allineati con le low cost.

Alitalia in pratica si spaccherebbe in due, una per i voli internazionali e di lungo raggio e l’altra impegnata nel confronto serrato sul corto raggio con Ryanair e EasyJet. Ma una low cost interna su cui puntare, dopo il flop di AirOne, Alitalia non ce l’ha. Le altre compagnie invece almeno si stanno dando da fare: Lufthansa vuole riacquistare Sn Brussels per il low cost di lungo raggio; Iag rafforza la sua Iberia Express; Air France Klm spinge Hop. 

La stessa Etihad, alle prese con Air Berlin acquistata quattro anni fa, non se la passa troppo bene. Voci non confermate parlano di una restituzione del 30% della low cost tedesca alla Lufthansa in cambio della partecipazione nell’austriaca Niki. Già, le low cost, la vera spina nel fianco di tutte le compagnie europee, costrette a rivedere il modello di business, in una mortale rincorsa di bassi prezzi. 

Per l’ennesimo salvataggio di Alitalia dall’ennesima crisi, l’idea che sta affiorando è quella di  mettere in campo ancora una volta l’asso pigliatutto nelle mani del Tesoro, cioè la Cassa depositi e prestiti (tenendo presente il vincolo di non investire in aziende in perdita). Oppure Ferrovie dello Stato, che sta portando avanti con determinazione il suo programma di mobilità integrata. Sulla sua  strada però ci sarebbe di traverso la quotazione delle Frecce in Borsa in programma per il 2017, che aòlmeno a breve verrebbe “zavorrata” dal debito della compagnia aerea.

Certo l’immissione di soldi pubblici nell’Alitalia sarebbe la strada più veloce per evitare il disastro. Ma non è detto che sia percorribile sia per i vincoli di Bruxelles che soprattutto per il vuoto politico creato dalle dimissioni del governo Renzi che sicuramente non agevola decisioni di questa portata.

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