Totoministri, piccoli dettagli di differenza

Gentiloni_sliderGoverno Gentiloni all’insegna della continuità. Conferme certe per Padoan, Pinotti, Delrio e Madia. Il caso umano di Maria Elena Boschi

 

ROMA – Un Renzi bis senza Renzi, l’avatar di Matteuccio, esecutivo fotocopia: il governo Gentiloni, prima ancora di nascere, ha già le stigmate della continuità. Uscito da Palazzo Chigi, l’ex premier ha già fatto capire a tutti, Mattarella compreso, chi sarà il mazziere a distribuire le carte e a dettare i tempi della partita che sta per cominciare.

Stamattina la docile direzione del partito confermerà al segretario la più ampia fiducia così che si possa passare alla pura formalità della lista “concordata” dei ministri e dei sottosegretari, da portare subito dopo al Quirinale per il giuramento. Non è escluso che si possa fare tutto entro giovedì prossimo quando a Bruxelles si riunirà un importante Consiglio Europeo per discutere di migranti.

Riguardo alla lista, pur volendo rispettare la staffetta tra i due Gabinetti, quello uscente e quello entrante, qualche cambiamento per forza di cose ci sarà. Ci sono infatti da riempire alcune caselle rimaste vuote e qualche conticino da regolare in casa Pd.

La prima poltrona da riassegnare è proprio quella del neo presidente del Consiglio che lascia la Farnesina per approdare a Palazzo Chigi. Qui si gioca forse la partita più importante e delicata del restyling: Dario Franceschini si sarebbe affrettato ad avanzare per la propria corrente la candidatura di Piero Fassino, ma quel filo di ruggine emerso nel dopo referendum tra il “toscano disarcionato” e il ministro della Cultura potrebbe complicare la successione.

In subordine potrebbe partire un giro di poltrone con l’alleato fedele Angelino Alfano che, a prescindere dalla lingua inglese, verrebbe “promosso” dagli Interni agli Esteri, lasciando il posto a Marco Minniti, che a sua volta libererebbe la postazione strategica di sottosegretario ai servizi segreti per il fedelissimo pretoriano Luca Lotti. Un’ipotesi di questo tipo però, prima di entrare il lista, andrebbe sottoposta al giudizio preventivo del presidente Mattarella.

Se invece Alfano, com’è più probabile, rimanesse al Viminale, sarebbe ugualmente premiato con la conferma di Beatrice Lorenzin alla Salute. Certi della riconferma si mostrano Carlo Calenda allo Sviluppo Economico e Andrea Orlando alla Giustizia, il primo per le benemerenze comunitarie acquisite non solo nel suo soggiorno lampo a Bruxelles, il secondo per la delicatezza dei dossier aperti sul suo tavolo e per gli equilibri interni al partito che è in grado di assicurare.

Non sono neppure in discussione i dicasteri dell’Economia, dove Pier Carlo Padoan è più solido che mai dopo la sua candidatura alla massima carica esecutiva durata più di un mattino; quello della Difesa Roberta Pinotti, adorata dagli alti gradi militari; quello delle Infrastrutture per Graziano Delrio; un po’ meno quello della Pubblica Amministrazione, Marianna Madia, dopo la bocciatura della Corte Costituzionale, ma difesa a spada tratta dal suo ex boss.

Con altrettanta certezza (non si capisce bene perché) vengono dati per partenti l’attuale ministro del Lavoro Giuliano Poletti e quello dell’Istruzione Stefania Giannini. A via Flavia potrebbe arrivare Teresa Bellanova per i meriti acquisiti nella gestione delle crisi aziendali più drammatiche, mentre per viale Trastevere sarebbero in corsa la senatrice Francesca Puglisi e la deputata Simona Malpezzi, entrambe Pd.

Ci sono infine da sciogliere due nodi, a cominciare da Maria Elena Boschi, la grande sconfitta del referendum, prima artefice poi capro espiatorio della riforma costituzionale abortita. Matteo insiste perché lei resti al governo con i gradi di responsabile dei Rapporti con il Parlamento e delle Pari opportunità, ma non è ancora detto che accetti in quanto sono ancora aperte le ferite infertele non solo dai media ma anche dal fuoco amico di partito. Quel poco che resta delle Riforme potrebbe andare a Roberto Giachetti, trombato alle elezioni comunali di Roma.

Altrettanto delicata l’entrata in maggioranza di Denis Verdini che va ricompensata con un ministero pieno. Il nome che si fa è quello di Marcello Pera che tornerebbe così alla ribalta politica dopo anni di dignitoso silenzio.

Se dunque queste anticipazioni saranno confermate ad horas, accostando tra loro gli organigrammi dei governi Renzi e Gentiloni si potrebbe fare il gioco enigmistico “Aguzzate la vista” per scoprire i cinque piccoli particolari che li differenziano. Non è facile, ma se vi impegnerete riuscirete a trovarli.

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