“Enel sola al comando?”

Simoni_GiovanniL’intervento di Giovanni Simoni, CEO del gruppo Kenergia sulle energie rinnovabili

La recente intervista di Francesco Starace, AD di Enel, solleva molto interesse e qualche perplessità…

 

ROMA – La recente intervista di Francesco Starace, AD di Enel, solleva molto interesse e qualche perplessità.

Sembra molto importante che il capo dell’Enel dichiari che nel 2030 saranno le rinnovabili “ad avere il sopravvento”: sembra passato un secolo da quando il predecessore, ingegner Conti, si dichiarava molto perplesso nei riguardi del settore emergente e sosteneva apertamente il nucleare.

Una presa di posizione così “capovolta” rispetto al recente passato merita, da parte di tutti gli operatori del settore, un grande rispetto per chi si assume la responsabilità di dar seguito, con una strategia industriale, alle misure conseguenti.

Merita altresì una riflessione più generale specialmente sul fatto che altrettanta convinzione ci si dovrebbe aspettare dal Governo che, ci auguriamo, nel prossimo futuro possa essere più attento alla grande questione dell’energia per il Paese ed alle imprese interessate al settore.

E’ vero che, di questi tempi, il Governo ha avuto ben altro da fare: la conseguenza è stata quella di lasciare campo libero all’operatore elettrico di gran lunga più importante del Paese che, con le modalità proprie delle società quotate, persegue con impegno i propri interessi.

La questione da capire è se, e quanto, gli interessi degli azionisti dell’Enel possano coincidere con gli interessi del Paese (in parte certamente si) e delle migliaia d’imprese e delle decine di migliaia di addetti dell’intero settore rinnovabile. Dico questo perché esistono ancora molte questioni non risolte che rappresentano ancora ostacoli allo sviluppo delle rinnovabili e sulle quali l’Enel non sembra intenzionato ad intervenire.

Le recenti prese di posizione pubbliche del capo dell’Enel fanno ben intendere la convinzione che si sia ormai giunti ad uno stadio di sviluppo delle tecnologie per la produzione di energia elettrica da fonte rinnovabile (FER) di piena “maturità tecnologica”. Una posizione che giustificherebbe una sorta di “omologazione” delle rinnovabili nel quadro di un mercato energetico nazionale senza più troppe contrapposizioni.

Non è un caso che si stia andando verso la fusione dell’associazione delle rinnovabili (Assorinnovabili) con la tradizionale associazione dei produttori di energia elettrica da fonti fossili aderente alla Confindustria (Assoelettrica oggi guidata da Simone Mori dirigente Enel!).

Ma è davvero possibile oggi assimilare il solare fotovoltaico alle altre forme tradizionali di produrre energia elettrica? Asserire che il solare (o l’eolico) è una “tecnologia matura” è quasi “un atto di fede” che necessita di qualche chiarimento.

E’ vero che ai costi di oggi vi sono molti casi in cui il costo delle FER sia competitivo, anche in Italia, con quello da fonti fossili, ma non si può ancora dire che vi sia una “parità di servizio”.
In effetti la parità a cui mi riferisco è quella che renderà “indifferente”, da un punto di vista economico (salvo per le gravi conseguenze ambientali dell’uso dei fossili), utilizzare il solare o il gas per produrre l’energia elettrica. Ciò diventerà vero quando si metteranno in conto anche i costi dell’accumulo necessario ad utilizzare il solare anche di notte!

E che questo sia vero lo dimostra il fatto che stanno per essere introdotti, in Italia i cosiddetti “capacity payments” (CP): un sistema per remunerare impianti fossili tenuti in attività per supplire alle inevitabili carenze di solare od eolico nel corso delle 24 ore e delle “stagioni” dell’anno.

Ma non è questo un potenziale conflitto d’interesse tra elettrici nuovi e vecchi?
E’ più che evidente che “assorbire“ le rinnovabili nella rappresentanza dei più generali sistemi elettrici a guida Enel, dovrebbe garantire un discreto controllo (da parte dello stesso ente) del processo di transizione tra il vecchio ed il nuovo.

Senza approfondire le inevitabili polemiche legate a queste misure, non si può negare che sarebbe stato opportuno, in parallelo, investire non solo denari, ma anche iniziative politiche e normative intese a favorire l’utilizzo di sistemi di accumulo elettrici (batterie), così come si sta facendo in Germania ed in tutti gli altri paesi industrializzati, invece di prolungare senza un termine preciso la vita di sistemi di produzione fossili presto “obsoleti”.

Quello delle batterie è un capitolo triste del nostro Paese che, dopo la cessione all’Hitachi dell’unica “vera” azienda italiana di batterie (la FIAMM), resterà, come in altri settori tecnologici delle rinnovabili, senza un pezzo importante dell’industria di settore. Non favorire o ritardare l’ingresso delle batterie nei sistemi elettrici nazionali vuol dire mantenere lo stato di inferiorità del servizio del solare a solo vantaggio di investimenti sbagliati nella produzione da fossile.

Ma non è finita, ora l’AEEG (l’Autorità per l’Energia Elettrica ed il Gas) per bocca del suo Presidente Bortoni, sostiene che sia ormai necessario “responsabilizzare le fonti rinnovabili non programmabili sui costi del dispacciamento”. In altre parole ciò significa imputare ai produttori di FER il costo della gestione di forniture in rete di energia non programmabile. In linea di principio potrebbe non essere sbagliato, ma l’insieme delle misure mancate e delle iniziative ritardate non promette affatto che nel nostro Paese si giunga presto ad una ripresa dello sviluppo del rinnovabile.

Su questo settore infatti incombe, senza che nessuno davvero si adoperi per contrastarla, una misura ancor più grave che cancellerebbe il principio del “dispacciamento prioritario” dell’energia elettrica prodotta dal solare rispetto a quella prodotta con fonti fossili. La priorità del dispacciamento è stata, da sempre, una decisione di politica energetica in favore delle rinnovabili che, a parità di condizioni economiche, obbliga i gestori di rete ad accettare l’immissione di energia elettrica da FER con priorità rispetto a quella convenzionale: una garanzia per gli investimenti in rinnovabili.

E’ più che evidente che la cancellazione del dispacciamento prioritario introdurrebbe un livello di incertezza sugli investimenti nel solare (non solo quelli, ormai ridotti, su nuovi impianti, ma anche sulla produzione elettrica del grande patrimonio rinnovabile italiano) con il conseguente ulteriore rallentamento dello sviluppo del settore. Sarebbe inoltre un errore bloccare la fornitura di energia prodotta a costo nullo di combustibile per utilizzare, allo stesso momento, l’energia prodotta con una fonte d’importazione. Non è questo un altro motivo per un profondo conflitto d’interessi tra il vecchio ed il nuovo?

Ma la perplessità sull’insieme delle misure resta: se si toglie il dispacciamento prioritario alle rinnovabili, se non si promuove lo sviluppo dell’accumulo elettrico, se s’impone il pagamento di una “tassa” del tipo CP e non si regola in modo efficace la possibilità di realizzare i Sistemi Efficienti di Utenza (sistemi di gestione autonoma dell’energia prodotta da parte di uno o più consumatori), non si vede come si possa davvero pensare ad un nuovo sviluppo che porti tra 10 o 15 anni alla prevalenza, in Italia, delle rinnovabili sugli altri settori energetici.

Non possiamo permetterci che sia solo l’Enel a dettare le “regole del gioco”, ma che ci sia presto una guida politica che tenga conto del forte interesse nazionale a riprendere la crescita delle FER nel Paese e ad adottare politiche di sostegno perché anche imprese nazionali di eccellenza, ma di minori dimensioni e capacità finanziarie, possano “esportare” le proprie capacità ed esperienze in altri paesi partecipando alla grande rivoluzione energetica in atto a livello mondiale.

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