La follia di un “rating reputazionale” per ogni cittadino

Soro_AntonelloUn algoritmo elaborerebbe i dati personali raccolti nella rete e caricati dagli interessati

 

ROMA – Siamo ormai ai progetti surreali di gestione di big data. C’è un’organizzazione (di cui al momento non conosciamo il nome) che si propone di costruire una banca dati online sulla reputazione di ogni persona fisica. Il progetto per la misurazione del “rating reputazionale” sarebbe costituito da una piattaforma web e un archivio informatico in grado di raccogliere ed elaborare una mole rilevante di dati personali contenuti in documenti “caricati” volontariamente sulla piattaforma dagli stessi utenti o “pescati” dal web. Attraverso un algoritmo, il sistema assegnerebbe poi ai soggetti censiti degli indicatori alfanumerici in grado, secondo la società proponente, di misurare in modo oggettivo l’affidabilità delle persone  in campo economico e professionale.

Nemmeno ai tempi bui dello stato di polizia fascista o della schedatura politica dei lavoratori negli anni 50 si era arrivati a concepire di affidare ad una società privata la gestione di dati sensibili sulle persone. Il Garante della privacy è prontamente intervenuto disponendo il divieto di qualunque operazione di trattamento presente e futura, ritenendo che il sistema proposto comporti rilevanti problematiche per la privacy a causa della delicatezza delle informazioni che si vorrebbero utilizzare, del pervasivo impatto sugli interessati e delle  modalità di trattamento che la società intende mettere in atto.

La motivazione del Garante appare assolutamente legittima, anche se insufficiente rispetto all’infinità di insidie, di potenziali truffe, di valutazioni arbitrarie contenute in una “scheda personale” in cui chiunque può aggiungere qualsiasi notizia su se stesso, in aggiunta a quelle non validate raccolte nella rete. L’organismo diretto da Antonello Soro, pur ritenendo legittima in linea di principio l’erogazione di servizi che possano contribuire a rendere maggiormente efficienti, trasparenti e sicuri i rapporti socioeconomici (!), ha bocciato il sistema in esame in quanto presuppone una raccolta massiva, anche online, di informazioni suscettibili di incidere significativamente sulla rappresentazione economica e sociale di un’ampia platea di individui (clienti, candidati, imprenditori, liberi professionisti, cittadini).

Il “rating reputazionale” elaborato potrebbe ripercuotersi sulla vita delle persone censite, influenzando le scelte altrui e  condizionando l’ammissione degli interessati a prestazioni, servizi o benefici. Per quanto riguarda, poi, l’asserita oggettività delle valutazioni, la società non è stata in grado di dimostrare l’efficacia dell’algoritmo che regolerebbe la determinazione dei “rating” al quale dovrebbe essere rimessa, senza possibilità di contestazione, la valutazione  dei soggetti censiti. L’Autorità nutre in generale (bontà sua! ndr) molte perplessità sull’opportunità di rimettere ad un sistema automatizzato ogni decisione su aspetti così delicati e complessi come quelli connessi alla reputazione. Senza contare, infatti, la difficoltà di misurare situazioni e variabili non facilmente classificabili, la valutazione potrebbe basarsi su documenti e certificati incompleti o viziati, con il rischio di creare profili inesatti e non rispondenti alla identità sociale delle persone censite.

Dubbi sono stati espressi dal Garante anche sulle misure di sicurezza del sistema – basate, prevalentemente, su sistemi di autenticazione “debole” (user id e password) e su meccanismi di cifratura dei soli dati giudiziari secondo l’Autorità davvero inadeguate, specie se rapportate all’elevato numero di soggetti che potrebbero essere coinvolti e all’ingente quantitativo di informazioni, anche molto delicate, che verrebbero registrate all’interno della piattaforma. Ulteriori criticità, infine, sono state ravvisate nei tempi di conservazione dei dati e nell’informativa da rendere agli interessati.

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