Alitalia, la never ending crisis

alitalia-hostess-SLIDERIl ministro dello Sviluppo economico: “L’azienda è stata gestita male”. Le linee principali del piano allo studio

 

 

ROMA – La crisi della nostra ex compagnia aerea di bandiera, come si sa, dura ormai da una diecina d’anni. Al suo capezzale si è alternato uno stuolo di amministratori tanto famosi quanto inefficaci, i più grandi consulenti internazionali hanno presentato piani strategici rivelatisi fallimentari, si è dato vita a partnership con grandi gruppi che avrebbero dovuto resuscitare il malato. E invece siamo ancora allo stesso punto, anzi peggio. Alitalia perde un milione di euro al giorno, le quote di mercato si assottigliano, i soci si squagliano e i sindacati dei lavoratori scendono sul piede di guerra.

In questo scenario drammatico, almeno una buona notizia, vivaddio, c’è: un ministro economico per la prima volta non scarica tutte le responsabilità di una crisi industriale sui lavoratori. Carlo Calenda infatti parlando a Radio anch’io ha riconosciuto che “Alitalia è un’azienda totalmente privata che ha problemi significativi di gestione ed è stata gestita male. Non esiste che si parli di esuberi prima di parlare di piano industriale. Nessuna azienda si salva senza un piano industriale”. Il ministro ha continuato affermando che le colpe di Alitalia “non devono ricadere sui lavoratori”. 

Sul piano il presidente Luca Cordero di Montezemolo si è affrettato a rassicurare il governo che entro tre settimane “ci sarà un piano forte e coraggioso” (!). Al progetto sta già lavorando l’amministratore delegato Cramer Ball e “sarà ulteriormente rivisitato da un advisor industriale condiviso tra i due soci perchè non deve essere solo dei manager ma pienamente condiviso da soci arabi e soci italiani”.

In verità un consulente strategico già c’è ed è la Bain, ma evidentemente non basta. Pare che siano stati contattati altri colossi della consulenza, come Boston, Ernest Young e Deloitte. Per questo non si bada a spese, anche se i precedenti, con alcuni di questi stessi advisor, non abbiano prodotto alcun risultato.

D’altronde la diagnosi dei mali di Alitalia è stata già fatta e ripetuta un’infinità di volte. Le tratte brevi, il cosidetto corto raggio, sono le vere palle al piede della compagnia, massacrata dalle aziende low cost e da altre modalità di trasporto più competitive (anche Air France-Klm ha ammesso di perdere circa 200 milioni l’anno sul corto raggio).

Non c’è altro da fare che puntare sul lungo raggio dove l’aereo non ha competitor. Ma qui l’Alitalia ha appena 27 aerei di lunga autonomia e non più di una ventina di destinazioni intercontinentali. Occorre dunque un riposizionamento strategico sul mercato globalizzato e un consistente ammontare di investimenti sulla flotta.

A quanto sembra invece l’ad sta lavorando su linee strategiche più tradizionali, come i risparmi sui contratti di lavoro, la messa a terra di 15 aerei di corto raggio, il taglio dei prezzi di molte forniture e, tanto per non perdere l’abitudine, il sacrificio di alcune voci dello stipendio da parte dei dipendenti. In azienda si parla di 1.100 esternalizzazioni per gli impiegati e di altri 500 esuberi tra uscite “vere” e tagli ai contratti a termine, oltre a 360 tra piloti e hostess che rischiano di essere prestati alle altre compagnie dell’universo Etihad. 

Comunque l’obiettivo potrebbe essere quello di “spacchettare” il gruppo in due compagnie, una tradizionale per il lungo raggio e una low cost (Cityliner) che cercherà di replicare il modello Ryanair. Il network di medio raggio, anche in funzione di questa rivoluzione, potrebbe pagare il prezzo più alto e così le frequenze di diversi aeroporti italiani.

Ieri in vista dello sciopero generale del settore in programma il 20 gennaio e considerata la “grave situazione” della compagnia, i sindacati hanno messo nero su bianco la loro preoccupazione e inviato una lettera al Governo per chiedere un incontro “urgentissimo”. E non potendo ancora aprire l’atteso confronto sul Piano di rilancio della compagnia, hanno anche aperto formalmente le procedure che potrebbero portare alla proclamazione di un altro sciopero a febbraio.

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