Barberini e Corsini, nuova galleria nazionale

Palazzo_Barberini_sliderParla Flaminia Gennari Santori, direttrice del museo. Le mostre in programma e le novità della fusione

 

ROMA – Un nuovo logo, un nuovo nome, un nuovo sito web, una nuova identità per il Museo di Palazzo Barberini e per la Galleria Corsini di via della Lungara che hanno assunto la denominazione di “Barberini Corsini Gallerie Nazionali”. Una sintesi che mette in risalto l’interdipendenza fra le due sedi, un solo museo, ma due gallerie espositive in due palazzi molto diversi fra loro che possono accogliere pubblici diversi. Novità non solo formali per il prototipo del palazzo barocco voluto da papa Urbano VIII che porta la firma di architetti come Carlo Maderno, Gian Lorenzo Bernini e Francesco Borromini, pensato come un grande museo nazionale, e per l’edificio del cardinale Riario, disegnato da Fuga, residenza di Cristina di Svezia, passato ai Corsini quando al soglio pontificio sale Clemente XII, l’unica Galleria che conserva una quadreria settecentesca romana allestita secondo l’inventario della famiglia.

Ad annunciare il nuovo corso delle gallerie d’arte antica di Roma, nella sua prima uscita pubblica, è Flaminia Gennari Santori, da novembre 2015 a capo di uno dei trenta musei autonomi creati con la riforma del Ministro Dario Franceschini presente all’incontro. Tornata in Italia dopo un’esperienza decennale negli Stati Uniti, dichiara subito di voler ridare un’identità a Palazzo Barberini credendo che si debba modulare l’offerta, lavorare non tanto sulle grandi mostre, ma sulle raccolte permanenti e sui rapporti con i grandi musei del mondo. Perché le collezioni di palazzo Barberini e di palazzo Corsini sono romane ma anche internazionali. E raccontano una storia dell’arte affascinante. Come sia stata guardata, collezionata, diffusa e reinventata dai tempi di Urbano VIII a quelli di Neri Corsini, il nipote del Papa, fino ai giorni nostri. Il museo per le sue grandi potenzialità si propone di diventare luogo d’incontro, di ritrovo, di dialogo e di confronto. E di musica come era un tempo. Capace di narrare la storia in modo vivido come pochi musei al mondo possono fare. E perché la gente torni al Museo più volte, si stano studiando particolari forme agevolate di abbonamento.

E annuncia, senza nascondersi i problemi (“pochi custodi e molte sale”), ampliamento degli spazi, servizi aggiuntivi, potenziamento dell’apparato digitale e importanti finanziamenti Cipe. Anzitutto con la restituzione di 700 mq di spazio occupato dai militari il Museo torna padrone di tutto l’edificio, una conquista ottenuta a piccoli passi e perseguita con tenacia per anni e anni. I nove milioni di euro assegnati serviranno a completare il restauro della facciata, a creare una caffetteria e un bookshop e ad allestire tutto il piano nobile a Museo. Cosa mettere in questi 700 mq? “Non ci mancano i quadri – risponde la Gennari – poiché sono sale molto ampie, l’obiettivo è esporvi i grandi quadri che ora si trovano al piano superiore, con una riorganizzazione del percorso espositivo”. “Si entrerà – prosegue – dallo scalone del Bernini per uscire dallo scalone del Borromini”. A piano terra rimarrà lo spazio mostre. Quanto ai tempi dovrebbero essere piuttosto ravvicinati. “Fra un anno ci sarà la consegna dei lavori, poi ci vorrà un po’ di tempo per il riallestimento, l’apertura è prevista per la seconda metà del 2018”.

Intanto ad aprire la nuova stagione due mostre in programma, convinta com’è che non servano grandi esposizioni di capolavori, ma piuttosto lavorare sulle collezioni, i rapporti internazionali e con altri enti. Fino al 23 aprile 2017 a palazzo Barberini “Il pittore e il gran Signore. Batoni, i Rezzonico e il ritratto d’occasione” (a cura di Michele DiMnte) e fino al 21 maggio “Mediterraneo in chiaroscuro. Riber, Stomer e Mattia Preti da Malta a Roma” (a cura di Sandro Debono e Alessandro Cosma). La prima è incentrata sui ritratti di ruolo e in particolare sul “Ritratto di Abbondio Rezzonico”, nipote del Papa, in veste di senatore di Roma. Un vertice della pittura settecentesca dipinto da Pompeo Batoni nel 1766 e acquistato presso gli eredi per un milione di euro nel 2016 dallo Stato.

La seconda documenta, attraverso diciotto dipinti, l’intensa relazione storica e artistica fra Italia e Malta a partire dal Seicento quando nell’isola governata dai potenti Cavalieri Ospitalieri dell’Ordine di San Giovanni si rifugia Caravaggio (dal 1606 al 1608) che vi lascia la “Decollazione di San Giovanni Battista” e più tardi il “Cavaliere calabrese” Mattia Preti che a Malta vive gli ultimi trent’anni della sua vita contribuendo alla trasformazione barocca dell’isola.

La mostra, in collaborazione col museo maltese attualmente chiuso per la realizzazione di un nuovo progetto innovativo, nasce attorno al “Sansone e Dalila”, conservato a Roma, fra le poche opere datate del soggiorno romano di Matthias Stomer, a cui sono accostati tre dipinti dello stesso autore che vengono da Malta che ha prestato nove quadri.

Post scriptum. A un certo punto il discorso sul rinnovamento delle “Gallerie nazionali d’arte antica di Roma” è slittato sul probabile ticket per entrare al Pantheon, tempio, basilica di Santa Maria ad Martyres, museo. “Penso che il Pantheon debba avere un biglietto, magari anche basso”, ha sette milioni di visitatori gratuiti l’anno e costi di manutenzione e gestione, risponde il Ministro Franceschini presente a Palazzo Barberini, non nascondendosi le difficoltà. Dove mettere la biglietteria per esempio. E poi è un edificio di culto, bisogna far convivere la visita dei turisti a pagamento con le celebrazioni per i fedeli. Del resto in Italia ci sono già delle esperienze in questo senso. Ma si potrebbe obiettare che a Roma nessuna chiesa è a pagamento (lo sono altri spazi come il chiostro di San Paolo fuori le mura). Ed afferma che il confronto con la Chiesa è a buon punto. Tempi di realizzazione? “Entro la legislatura”.

©Quotidiano Arte

Potrebbero interessarti anche