Anche Poste e Ferrovie vanno all’asta

Caio_Francesco_sliderI falsi miti e i poteri forti dietro le privatizzazioni delle nostre aziende. L’ultimo 30% di Poste sta per essere ceduto

 

ROMA – “Al ladro, al ladro, ci stanno svaligiando casa!”. Ma come spesso accade, l’allarme viene dato quando la rapina è stata già compiuta. In men che non si dica, il patrimonio di quella che era stata la quinta potenza economica mondiale e la seconda industria manifatturiera d’Europa si è volatilizzato.

Le indagini sul “delitto” hanno permesso di scoprire i responsabili, che sono tuttora a piede libero. Sono tre: la globalizzazione dei mercati mondiali, che ha abolito le barriere tariffarie al commercio internazionale; una politica economica e finanziaria demenziale del governo italiano; gli interessi delle grandi banche internazionali che in cambio dell’aiuto prestatoci nella gestione del nostro debito pubblico hanno preteso i “gioielli di famiglia”.

Bilancio del furto? Tutta la grande industria delocalizzata o finita in mani straniere e investita da processi di riorganizzazione. Le imprese strategiche dell’energia, delle infrastrutture, delle telecomunicazioni vendute all’incanto. Il tasso di disoccupazione nello stesso periodo raddoppiato, dal 6,7% del 2008 al 12,2 dell’anno scorso.

Non potevamo fare altrimenti – ci è stato raccontato – perché il Fiscal Compact ci imponeva una riduzione forzata del debito fino al 60%. Balle! Mentre noi svendevamo la nostra ricchezza più pregiata (l’Eni, l’Enel, la Telecom, l’Ansaldo, la Sts, l’Enav, solo per citare alcune aziende pubbliche) il debito italiano schizzava dal 102,3% del Pil nel 2008 al 136,2% nel 2015.

A dispetto di tutto questo, che meriterebbe l’inchiesta della magistratura (vista l’inutilità di quella parlamentare) come minimo per danno erariale, il governo Gentiloni rimette in pista le privatizzazioni. Si dovrebbe partire entro giugno con l’ultima tranche del 30% di Poste ancora in mano del Tesoro. Ma a sorpresa è tornata d’attualità anche la privatizzazione delle Ferrovie dello Stato, o addirittura la parte pregiata del gruppo, ovvero l’alta velocità rappresentata dalle Frecce e dai treni a lunga percorrenza.

C’è in questi giorni un signore, Fabrizio Pagani responsabile della segreteria tecnica del ministero dell’Economia, che con grande sussiego dichiara: “Stiamo continuando a lavorare con l’obiettivo di vendere sul mercato la residua quota del 30% di Poste Italiane, con le stesse modalità dell’Ipo e cioè con la cessione a investitori istituzionali e risparmiatori”. Ma noi chi? Su input di chi? Il Parlamento ne è informato, ha autorizzato, c’è stato un dibattito pubblico per la vendita di un bene pubblico?

Non spetta certo al signore fornire queste risposte politiche (e, perche no, anche finanziarie). Lui si limita a farci sapere che il titolo Poste oggi in Borsa viene scambiato a circa 6 euro, cioè sotto il prezzo di collocamento del 2015 pari a 6,75 euro, per una capitalizzazione inferiore a 8 miliardi. Di conseguenza il ricavato netto atteso dal Tesoro, al netto delle sontuose commissioni pagate agli advisor, sarebbe appena superiore ai 2 miliardi di euro.

“Per l’operazione Ferrovie dello Stato – spiega sempre Pagani intervistato dal Sole 24 Ore – il nostro obiettivo è di poter realizzare anche questa privatizzazione al momento opportuno. È anzitutto una scelta industriale (?)”. Ma che pensate di vendere, tutta la holding FS o solo l’alta velocità, cioè il pezzo pregiato del gruppo ad alta redditività? La risposta di Pagani è ovvia: “Tutte le opzioni sono sul tavolo, ma certamente stiamo esaminando la cessione di una quota della parte a mercato, ovvero dell’alta velocità”. Come d’altronde aveva dichiarato nel settembre scorso l’ad di Ferrovie Renato Mazzoncini annunciando la quotazione del 30 per cento della società delle Frecce e degli Intercity, per un ricavato atteso attorno a un miliardo.

Per le Poste fu fatta appositamente una legge che stabiliva che il Tesoro non potesse cedere più del 30%. Oggi sappiamo com’è finita e come probabilmente andrà a finire con Ferrovie dello Stato dopo che il 30% sarà finito nella “mano invisibile del mercato”, per dirla con Adam Smith, dietro cui invece visibilissimi ci sarebbero Deutsche Bahn, o i francesi di Sncf, o peggio ancora i grandi fondi d’investimento americani, tipo Blackrock, Vanguard, Pimco o Fidelity.

Mentre dunque la definitiva spoliazione industriale sta per compiersi, lasciando gli italiani disoccupati e in mutande, si leva la voce un po’ patetica del sindacato che chiede al Governo di fermarsi e di convocare “il sindacato prima di ipotizzare ulteriori quote di privatizzazioni di aziende importanti come le Ferrovie o le Poste”.

La diagnosi che fa il Segretario Confederale della Cisl, Giovanni Luciano, non fa una piega: “Per quanto riguarda Ferrovie a noi sembra evidente come sia sbagliato pensare di porre sul mercato quote solo di ciò che produce guadagni. Se l’unico settore che fa utili cospicui viene venduto, il resto, il trasporto delle merci e le tratte locali peraltro in rosso, costeranno ancora di più alle tasche dei cittadini. 

“Per le Poste- continua il Segretario Cisl – leggiamo che si pensa di mettere sul mercato la residua parte del 30% ancora in possesso del Mef, dopo il 35,5% già alienato e il 30% ceduto alla Cassa Depositi e Prestiti. Fare cassa subito rinunciando ai dividendi di aziende che producono utili riteniamo che sia sbagliato. Tanto più che si ipotizza una chiusura del 2016 con un utile che sfiorerà addirittura il miliardo di euro. 

“Quanto ha già perso lo Stato avendo ceduto il 65,5% della sua quota? I vecchi ‘carrozzoni’ da anni ormai producono utili, anche grazie ad enormi sforzi dei lavoratori per farle diventare aziende vere. Ora che queste producono ricchezza perché andrebbero cedute al capitale privato?” Si vede che Luciano non ha letto o non ricorda quello che scriveva oltre mezzo secolo fa Ernesto Rossi quando parlava della ‘”privatizzazione dei profitti e della pubblicizzazione delle perdite” come di una costante dello sviluppo economico italiano.  

“Noi crediamo che sia migliore la scelta dei dividendi costanti che non quella dei prezzi di saldo – aggiunge Luciano – Tra Enav, Poste e Ferrovie, al massimo la stima di incasso di queste privatizzazioni era intorno agli 8 miliardi di euro, cioè neanche lo 0,4% del debito pubblico. Ne vale la pena, o non è meglio, invece, concentrarsi sul reddito d’impresa e sul livello di qualità del servizio ai cittadini di questi ‘gioielli di famiglia’?”.

Dov’era il sindacato quando l’industria italiana andava altrove? Faceva il suo mestiere, cercava di difendere i posti di lavoro, ma non capiva che i tre “cavalieri dell’Apocalisse” – la globalizzazione dei mercati, la politica economica dei governi e la finanza internazionale – avrebbero fatto strame della vecchia concertazione.

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