Descalzi, Scaroni e la maxi-tangente Eni

eni-gas-olio-SLIDERAl termine dell’istruttoria, la Procura chiede il rinvio a giudizio dei due manager e altri nove indagati

 

ROMA – L’amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi, e il suo predecessore, Paolo Scaroni, rischiano di finire sotto processo per la presunta maxi corruzione internazionale del gruppo in Nigeria. I pm di Milano, Fabio De Pasquale e Sergio Spadaro, hanno chiesto il rinvio a giudizio per i due manager e per altre 9 persone. Sotto inchiesta ci sono anche due gruppi petroliferi, la stessa Eni e l’olandese Shell, indagate ai sensi della legge 231 sulla responsabilità amministrativa di società per reati commessi da propri dipendenti. 

Nel mirino dei magistrati milanesi è finita l’operazione che, nel 2011, portò il gruppo del “cane a 6 zampe” a sborsare 1 miliardo e 92 milioni di dollari per ottenere dal governo nigeriano la concessione per l’esplorazione petrolifera di un tratto di mare al largo delle coste del paese africano. Per i pm, il prezzo della presunta maxi-corruzione equivarrebbe all’intero valore della commessa. 

Dalle indagini è infatti emerso come l’intera somma di denaro venne bonificata su un conto londinese, intestato al governo di Lagos, per essere pochi giorni dopo interamente girata alla Malubu, società privata controllata dall’ex ministro del petrolio nigeriano Dan Etete. L’alto rappresentante del governo di Lagos, come si legge nell’avviso di chiusura delle indagini, avrebbe trattenuto per sé 250 milioni di dollari “a profitto proprio e di numerosissimi altri beneficiari per l’acquisto di immobili, aerei, auto blindate e altro”. Il resto della presunta mazzetta, sempre secondo l’accusa, sarebbe finita nelle disponibilità del presidente Jonathan e di “altri membri del governo nigeriano all’epoca dei fatti”. Altri soldi ancora sarebbero stati “in parte trattenuti da intermediari e in parte retrocessi a favore di amministratori di Eni e Shell”. 

Tra gli indagati, oltre a Scaroni e Descalzi, figurano altri tre ex top manager Eni: Roberto Casula, ex capo divisione esplorazioni, Vincenzo Armanna, ex vicepresidente del gruppo in Nigeria, e Ciro Antonio Pagano, all’epoca dei fatti managing director di Nae, società del gruppo. Sotto inchiesta anche diversi presunti intermediari: il nigeriano Emeka Obi, gli italiani Gianluca Di Nardo, Luigi Bisignani e Gianfranco Falcioni, il russo Ednan Agaev. L’elenco degli indagati si chiude con l’ex ministro del petrolio nigeriano Dan Etete. 

Adesso sarà un giudice dell’udienza preliminare (Gup) del Tribunale di Milano a pronunciarsi sulla richiesta di rinvio a giudizio della procura nel corso di un’udienza ancora da fissare.

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