Titoli derivati, le accuse a Morgan Stanley

Derivati_sliderDecine di accordi sottoscritti dallo Stato e dagli enti locali. Perdite finora accertate per 23,5 miliardi

 

ROMA – L’appuntamento è per venerdì prossimo quando alla Corte dei conti ci sarà l’inaugurazione dell’anno giudiziario. In quella sede – è l’impegno formale assunto il 27 gennaio scorso dal Procuratore Regionale della Corte per il Lazio, Donata Cabras, nei confronti di Romacapitale.net – saranno fornite “maggiori delucidazioni” in merito al problema dei contratti in titoli derivati sottoscritti al ministero del Tesoro.

La risposta ufficiale ci era stata data dopo che qualche giorno prima avevamo chiesto formalmente di conoscere “gli eventuali aggiornamenti dell’iniziativa assunta lo scorso anno da codesta Procura nei confronti della Banca Morgan Stanley e dei funzionari pubblici”. Come si ricorderà, l’anno scorso la Procura della Corte dei conti regionale del Lazio aveva avviato un’indagine sulla somma di 3,1 miliardi di euro corrisposti alla banca americana a seguito della disdetta unilaterale dei contratti stipulati nel 2004 con il ministero italiano.

Da allora un’impenetrabile cortina di silenzio e di omissis era calata non solo sulla vicenda specifica, ma sull’intero capitolo delle diecine di contratti cosidetti di “interest rate swap” o di “swaption” che il Tesoro aveva stipulato con varie banche di investimento multinazionali. Altri prima di noi hanno provato a rompere quella cortina, dall’accesso agli atti richiesto dall’associazione non governativa “Diritto di sapere” ad alcuni parlamentari del Movimento 5 Stelle, fino alla stessa indagine conoscitiva avviata dalla Commissione Finanze della Camera. Niente da fare, topo secret sull’intero fascicolo.

Dopo di noi anche altre iniziative hanno provato a far luce su una pagina tra le più opache della storia economica di questo Paese. Da ultimo L’Espresso di questa settimana riserva la copertina e il pezzo di prima pagina al tema dei derivati: “I contratti segreti che hanno svenduto l’Italia alle banche”. Contestualmente un suo giornalista, Luca Piana, ha mandato in libreria il suo ultimo libro “La voragine” in cui ricostruisce “il buco nei conti pubblici di cui nessuno parla”.

Ora davanti alla magistratura contabile dovranno sfilare, oltre alla banca d’affari Usa, Maria Cannata, direttore del debito pubblico, che dal 2000 ad oggi ha firmato molti di quei contratti e i relativi decreti di approvazione, e Vincenzo La Via, predecessore della Cannata. Insieme a loro, Domenico Siniscalco, direttore generale del Tesoro, che terminata la propria esperienza nel pubblico impiego ha pensato bene di andare a lavorare proprio per Morgan Stanley e Vittorio Grilli, anche lui direttore del Tesoro, e passato, una volta uscito dallo Stato, nelle fila di un’altra banca d’affari Usa, la Jp Morgan.   

Dovranno rispondere al pubblico ministero contabile Massimiliano Minerva per aver concesso a Morgan Stanley una clausola capestro incompatibile con gli obiettivi di gestione del debito pubblico del Tesoro. Quella clausola infatti una volta attivata, imponeva alla Stato di chiudere tutta l’esposizione verso quella banca dall’oggi al domani. In particolare, era stato concesso alla Morgan Stanely il potere discrezionale di chiedere all’Italia la chiusura di tutte le posizioni debitorie qualora l’esposizione creditizia avesse superato un limite prestabilito.

Sapremo venerdì dalla viva voce dei magistrati contabili quali elementi sono stati in grado di raccogliere e se e come intendono procedere giudizialmente per risarcire lo Stato italiano dai danni provocati da quelle che lo stesso tycoon americano Warren Buffet un giorno definì “armi finanziarie di distruzione di massa”. Armi che presidenti del consiglio e ministri finanziari in questi anni hanno usato in maniera folle e irragionevole, causando finora allo Stato perdite per 23,5 miliardi di euro, con una prospettiva molto probabile di un ulteriore danno pari a circa 38 miliardi.

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