La sicurezza dei pc italiani è un colabrodo

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Il vicepresidente del Copasir, Giuseppe Esposito: appaltiamo la nostra sicurezza informatica a società russe, americane e cinesi

 

 

ROMA – Ci sono “aspetti inquietanti” circa la protezione e la salvaguardia delle infrastrutture strategiche del nostro Paese. E “ciò che è apparso sui giornali è purtroppo solo la punta dell’iceberg di una situazione più grave perchè sulla cybersecurity in molte parti le nostre piattaforme sono un colabrodo”. A denunciarlo è Giuseppe Esposito (Ncd), vicepresidente del Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica, il Copasir, commentando l’inchiesta del quotidiano napoletano ‘Il Mattino’.

In quel reportage si sosteneva che l’ultimo attacco informatico subito dalla Farnesina, durato circa quattro mesi, quando il ministro degli Esteri era l’attuale premier Paolo Gentiloni, sarebbe solo l’ultimo in ordine di tempo. E a spaventare non è soltanto la mole di dati che sarebbero stati come si dice in gergo “esfiltrati”, ma le modalità e gli strumenti utilizzati dal governo italiano per difendersi dagli attacchi informatici. 

Come riporta il quotidiano napoletano, “i responsabili dell’ultimo raid informatico che ha preso di mira la Farnesina sarebbero gli hacker del temutissimo gruppo russo denominato ‘Apt 28/29’. Il team di pirati informatici già nel 2014 sarebbe riuscito a impossessarsi di informazioni sensibili penetrando nei sistemi informatici del ministero della Difesa”. Tanto che la sicurezza internet della Farnesina era stata affidata ad una multinazionale fondata in Russia nel 1997, la Kaspersky, specializzata nella produzione di software progettati per la sicurezza informatica e finita al centro di altre oscure vicende internazionali.

Il report della Kaspersky, di cui “Il Mattino” è entrato in possesso, rilevava nelle conclusioni che gli autori del raid informatico non erano russi, ma probabilmente cinesi. Tra gli indirizzi violati allora c’era quello di Andrea Perugini, attualmente ambasciatore italiano in Olanda. A quel tempo invece Perugini era responsabile del ministero per tutta l’area asiatica e dell’Oceania, uno dei ruoli apicali nel meccanismo diplomatico della Farnesina, e tra i documenti esfiltrati figurano infatti molti dossier riguardanti la Cina.

Al termine della propria relazione i tecnici di Kaspersky dichiararono che l’attacco portato probabilmente dagli hacker cinesi era di genere “Apt”, lo stesso usato dai fratelli Occhionero, di cui si sta occupando la procura di Roma.

Poi nel 2015 la sicurezza dei nostri apparati fu affidata a una società americana. Adesso, secondo Il Mattino, “il comparto intelligence ha reclutato moltissimi giovani informatici, nell’intento di riuscire ad avere in futuro dei propri software senza rivolgersi a società multinazionali che solitamente hanno rapporti con molti altri Stati. Il progetto prevede che i giovani ‘cervelloni’ creino attraverso le proprie competenze dei potenti e nuovi anti-virus”. 

Non è però convinto l’on. Esposito: “Il nostro problema nasce fondamentalmente dalla mancanza di opportune decisioni politiche e gestionali. Oggi, ad esempio, con troppa facilità si continuano ad affidare appalti a società russe, americane e cinesi senza prendere in considerazione che in Italia esistono ottime aziende che posseggono il know-how necessario per risolvere le falle dei sistemi informatici del Paese.

“Serve un registro unico delle imprese di sicurezza per tutta la pubblica amministrazione, ma nemmeno questo basterà – prosegue Esposito – La sicurezza del Paese deve essere garantita anche proteggendo il benessere economico e industriale e quindi assicurando protezione alle tante aziende italiane che operano sul web e che sono costantemente in pericolo nella segretezza dei propri dati e delle innovazioni che producono. E’ la sfida del secolo e noi, purtroppo, siamo ancora abbastanza in ritardo su questo fronte”.

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