Finalmente contro le privatizzazioni

poste-chiuse-slider26 senatori del Pd chiedono riflessione sulla vendita della II tranche delle Poste. Scettico il sottosegretario Giacomelli

 

 

ROMA – Su iniziativa del senatore Salvatore Margiotta, componente della Direzione nazionale Pd e primo firmatario della lettera, ventisei senatori Pd hanno scritto al presidente del gruppo, Luigi Zanda, proponendogli di organizzare una riunione alla presenza del sottosegretario alle Poste e Comunicazioni Antonello Giacomelli, per discutere sul tema della privatizzazione delle Poste.

“Il progetto di privatizzazione delle Poste – si legge nella lettera – per la sua valenza strategica ma ancor di piu’ per le ricadute che puo’ avere sui territori e sul servizio universale, e’ al centro del dibattito politico di questi giorni ed e’ stato tema di un’intervista del Sottosegretario Giacomelli e di alcuni interventi -ad esempio il ministro Delrio- nel corso della Direzione nazionale di lunedi’ 13”. “La privatizzazione degli asset strategici del Paese, vale per Poste e, sia pure in modo diverso, anche per Ferrovie, e’ scelta che merita di essere dibattuta e approfondita dal Pd – ha commentato il senatore Margiotta – particolarmente in una fase complessa e decisiva della politica ma soprattutto dell’economia e della società del Paese”. Di seguito i firmatari: Margiotta, Filippi, del Barba, Mirabelli, Cociancich, Collina, Esposito, Mattesini, Padua, Orru’, Favero, Borioli, Parente, Vattuone, Cantini, Caleo, Scalia, Moscardelli, Tomaselli, Pezzopane, Puglisi, Sonego, Ranucci, Cuomo, Zanoni, Cardinali.

Scettico sulla privatizzazione è anche Antonello Giacomelli, che al Mise è sottosegretario con delega alle Comunicazioni, che nei giorni scorsi con una lettera ai vertici del Pd aveva invitato il principale partito che sostiene la maggioranza di Governo a riflettere con più attenzione su questa prospettiva: “La scelta di procedere ad una ulteriore collocazione sul mercato di una quota del capitale di Poste Italiane, avanzata nelle ultime settimane, ha implicazioni molto serie – scriveva Giacomelli – Implicazioni che credo vadano ben ponderate dalla maggioranza che sostiene il governo e, prima di tutto, dai gruppi parlamentari del Pd. Vorrei, però, sgombrare il campo da un equivoco. Non è in discussione la necessità di ridurre il debito pubblico ma, in nome di questa esigenza, non si può certo porre ogni ipotesi di privatizzazione sullo stesso piano”.

Nel governo invece c’è chi ancora racconta che la vendita delle nostre aziende strategiche è l’unica strada per ridurre la montagna del nostro debito pubblico. A dispetto della storia di questi anni che ha registrato l’esatto contrario (svendita di Enel, Eni, Enav, Telecom e contestuale, costante aumento del debito fino ai 2.215 miliardi del dicembre scorso), c’è chi ancora sostiene che “privatizzare è bello”.

In prima fila, a guidare la pattuglia dei privatizzatori, c’è il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan secondo cui “le privatizzazioni fin qui fatte e quelle che faremo non tolgono lo Stato dal posto di guida, lo mantengono là con più strumenti a sua disposizione. Gli obiettivi strategici che lo Stato affida alle sue partecipate come Enav, Posteo, nel passato ad Eni e Enel, rimangono pienamente operativi. I timori rispetto a questo tema sono idee semplicemente sbagliate”.

Gli fa eco il zelante ministro dello Sviluppo Economico, Carlo Calenda. “Sono assolutamente favorevole alla privatizzazione di Poste, ma non tutte, perché il controllo deve rimanere nelle mani del governo. Secondo me le privatizzazioni in un Paese ad alto debito sono importanti per ridurre il debito – ha concluso – se no non si capisce come riduciamo il debito e facciamo investimenti”.

La società era stata quotata in borsa nel 2015, quando il Mef aveva dismesso il 35,5% del capitale. Poi la cessione a Cassa Depositi e prestiti di un ulteriore 30%, e ora di parla di mettere sul mercato un’altra quota del 30%, che secondo le indiscrezioni dovrebbe andare in porto tra giugno e luglio.

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