Alitalia, cresce il rischio default

alitalia-hostess-SLIDERIn attesa del fantomatico piano industriale, riprende il confronto azienda-sindacati. A chi le responsabilità di gestione?

 

ROMA – Massiccio sciopero ieri di tutto il personale dell’Alitalia, dell’aeroporto, delle imprese dell’indotto. La compagnia si consola annunciando “lievi disagi” per i passeggeri, solo perché era stata disposta in anticipo la cancellazione di diecine di volo.

Ma ormai la crisi sembra arrivata al ‘redde rationem’ e, come in tutte le situazioni che precedono il collasso, il caos regna sovrano. Soci italiani contro emirati, resa dei conti all’interno di Etihad, l’amministratore delegato della compagnia Cramer Ball e il direttore finanziario Duncan Naysmith sul banco degli imputati, le ricette a gogò per il salvataggio, i sindacati attestati su posizioni di retroguardia.

L’Anpac chiede un piano più competitivo e suggerisce anche lei di separare la compagnia in due. Il M5S, in attesa del piano industriale, si dice pronto a convocare i vertici Alitalia in Parlamento. I sindacati sono pronti a riprendere il confronto con l’azienda a patto che venga prima rimosso il tema del regolamento aziendale, che Alitalia vorrebbe introdurre dal primo marzo al posto del contratto collettivo di lavoro. “Ci attendiamo che l’incontro previsto domani con Assaereo e Alitalia – avverte Cortorillo della Filt Cgil – sgombri il campo da ultimatum e ripristini l’applicazione del contratto nazionale”.

Il piano industriale di Alitalia dovrebbe essere presentato agli azionisti mercoledì della prossima settimana. Ma potrebbe non bastare, perché l’azienda continua a bruciare cassa: oltre un milione di euro al giorno e le linee di credito attivate a dicembre coprono l’attività corrente fino a marzo. Tanto che ritornano le preoccupazioni sulla salute finanziaria complessiva e sui rischi legati a uno stato di insolvenza. La tensione è altissima.

E ancora una volta il peso maggiore della crisi viene scaricato sul costo del lavoro e sul personale in esubero. Per capire la situazione – dice stamattina il Corriere della Sera – bisogna partire da un numero: 4.500. Un comandante, con 21 anni di anzianità e circa 850 ore di volo all’anno in Alitalia guadagna 10.800 euro netti in busta paga. Stesso profilo, stesse ore di volo, in Ryanair prende 6.300 euro al mese. Il delta tra i due stipendi è appunto 4.500 euro al mese.

Poi, bontà sua, il giornale rivela che quasi il 70% del personale è in “somministrazione”, cioè passa prima da società terze, come Storm McGinley, Brookfield, Crewlink, che proprio in questi giorni sta effettuando in tutta Italia le selezioni per assumere hostess e stewart. Il personale navigante di Ryanair viene assunto con contratto irlandese, con aliquote fiscali e contributive di verse. Anche le spese per la formazione sono differenti. Alitalia ha una scuola interna dove forma i piloti. Ryanair esternalizza anche quella.

Nella sua spietata analisi del tracollo della compagnia, L’Espresso della scorsa settimana si chiedeva com’è “possibile che nell’arco di poche settimane le prospettive aziendali siano peggiorate in modo così drammatico? Possibile che Alitalia, la stessa che secondo Hogan era avviata a recuperare il pareggio di bilancio, a fine giugno si trovasse invece già in perdita per oltre 200 milioni, quasi il doppio rispetto allo stesso periodo del 2015? Per spiegare un simile tracollo le fonti ufficiali della compagnia si aggrappano alla crescita economica ‘inferiore alle attese’ e alle incertezze sul futuro, che hanno pesato anche sui risultati dei principali concorrenti. Come dire, la gente si trova in tasca meno soldi del previsto e quindi viaggia di meno. E poi c’è l’emergenza terrorismo, che ha penalizzato soprattutto le destinazioni europee e dell’area del Mediterraneo, molto servite da Alitalia”.

Per evitare di portare i libri in tribunale, la compagnia ha varato a fine anno,  alcuni interventi d’emergenza, come l’emissione di un titolo con caratteristiche simili alle azioni, per circa 215 milioni interamente versati da Etihad. Anche le banche hanno acconsentito a riaprire temporaneamente i rubinetti del credito. Ma quello che ancora manca è un piano industriale condiviso da tutti i soci di Alitalia, in primis le banche che fin qui hanno invece espresso più di una perplessità. “L’azienda è stata gestita male”, ha tagliato corto il ministro dello Sviluppo economico, Carlo Calenda, liquidando senza troppi convenevoli i primi approcci dei manager di nomina Etihad che chiedevano il sostegno dell’esecutivo per la prossima ristrutturazione.

Si torna dunque ancora una volta a parlare del sostegno dello Stato per togliere le castagne dal fuoco ad amministratori incapaci. La cosa sembra improponibile dopo tutte le risorse spese per tenere in vita un’azienda decotta. Quello comunque che sarebbe intollerabile è che a pagare fossero ancora una volta e soltanto i lavoratori.

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