Tetto ai compensi Rai, polemiche infinite

cavallo_Rai_sliderIntervenire era un obbligo di legge, ma ora la Rai rischia di uscire dal mercato. Il commento velenoso di Natalia Aspesi

 

ROMA – Non si placano le polemiche dopo l’introduzione del tetto ai compensi milionari degli artisti Rai. La lobby dei giornalisti e dello spettacolo preme sull’azionista, il ministero dell’Economia, perché provveda a modificare il decreto ministeriale che dal 1° maggio 2014 equiparò le retribuzioni del primo presidente della Corte di Cassazione, cioè a 240.000 euro annui.

Ma quella disposizione riguardava inizialmente solo il presidente e i consiglieri di amministrazione delle società partecipate dallo Stato, tra cui la Rai. Solo a giugno 2015 il Cda dell’emittente pubblica, su proposta di Carlo Gubitosi, decise che a tutta l’azienda si applicasse il tetto fissato dalla legge per la Pubblica amministrazione.

Ma fatta la legge trovato l’inganno. Dal momento che la legge escludeva dal tetto le società quotate in Borsa e le società che emettevano obbligazioni sul mercato, ecco che la Rai sei mesi dopo avviò il collocamento di un bond da 350 milioni, peraltro ampiamente preparato nei mesi precedenti. A quel punto anche la Radiotelevisione Italiana rientrava nel novero delle aziende  escluse da qualsiasi limitazione delle retribuzioni. Pur trovandosi in una situazione oggettivamente diversa da quella dei suoi concorrenti, visto che percepisce un canone.

Il ripristino delle condizioni generali di limitazione dei compensi in un’azienda pubblica è apparso, né più né meno, un ineludibile obbligo di legge. Così il consigliere di amministrazione Franco Siddi, ex segretario della Federazione nazionale della stampa si è difeso dai colleghi spiegando che “sulla legge che introduce il tetto agli stipendi erano sorte interpretazioni differenti, ma gli amministratori hanno il dovere di rispettare la legge alla lettera. La Rai ha il dovere di applicare una politica remunerativa rapportata agli obiettivi di servizio pubblico, operando anche come moderatore di sistema in un mercato che sta cambiando”. Anche Siddi però non si nasconde che il servizio pubblico corre il rischio “di perdere soggetti con grande talento e grande appeal e di conseguenza competitività ed efficienza”. 

Gli artisti e i conduttori in forza alla Rai, i più colpiti dal provvedimento restrittivo, sono naturalmente i più scatenati nella contestazione, brandendo come una clava, ma mai dichiarandola apertamente, la minaccia di un’emigrazione verso altri lidi televisivi. Il principe dei conduttori, Bruno Vespa (1,8 milioni di stipendio annuo più 1 milione per gli extra) si fa portavoce dello scontento dei colleghi: “Credo che il cda abbia voluto in qualche modo invitare il ministero dell’Economia a una decisione di buon senso, se si vuole che la Rai resti nel mercato. E poiché il ministro Padoan ha dato molte prove di essere una persona di grande buon senso, sono fiducioso che si troverà presto una soluzione”.

Ma il commento più intelligente l’ha fatto dalle pagine di Repubblica quella arguta inviata che è Natalia Aspesi. “Se i big  dell’intrattenimento popolare, furibondi per il taglio ai loro sensazionali compensi, abbandonassero la Rai, sarebbe davvero una bella occasione per il nostro servizio pubblico per liberarsi elegantemente non solo da personaggi ultra datati, ma anche dalla pigrizia paralizzante dei suoi responsabili………Certo bisognerebbe che la Rai facesse uno sforzo immane, persino pensare, darsi da fare, cercare volti nuovi, nuovi talenti, spingere gli autori a un minimo di fatica, uscire dalla palude del déjà-vu mille volte”.

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