La Banca d’Italia fa i conti della cybersecurity

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Un terzo delle aziende ha già subito danni. Aumenta la consapevolezza dei danni degli attacchi informatici

 

ROMA – Il crimine informatico danneggia l’economia e mette a rischio investimenti e posti di lavoro. L’edizione 2017 dell’Annual Cybersecurity Report poneva in evidenza che a seguito di un attacco informatico andato a buon fine, in generale, la reazione degli utenti è la “fuga”: il 22% delle imprese esaminate ha infatti perso clienti (fino al 20% della propria customer base), il 29% ha visto ridursi il fatturato, il 23% ha perso opportunità di business.

Anche il nostro Paese non è più immune al cybercrime e per la prima volta è entrata nella Top 10 mondiale dei Paesi che hanno registrato un elevato numero di vittime dovuto ad attacchi cibernetici. È quanto emerso dal Rapporto Clusit 2017, condotto in collaborazione con il Security center di Fastweb.

Un recente documento della Banca d’Italia ha invece scoperto che il 30,3% delle imprese nazionali ha dichiarato di aver subito danni a causa di un attacco informatico tra settembre 2015 e settembre 2016. Se si prendono in considerazione le intrusioni non individuate e non dichiarate, il livello di attacchi informatici ai danni delle aziende supera il 45%.

Si tratta di una nuova pubblicazione delle indagini annuali della Banca d’Italia, dal titolo “Attacchi informatici: evidenze preliminari dalle indagini della Banca d’Italia sulle imprese”. Un testo che presenta evidenze preliminari sul fenomeno cybercrime nel settore privato nostro Paese a partire dalle imprese dell’industria e dei servizi.

Ad aver subito più cyberattacchi sono state le aziende del Centro Italia (35,3%), del Nord Est (32,5%), quindi del Nord Ovest (28,5%) e del Mezzogiorno (24,4%). Ad essere più colpite sono le aziende di grandi dimensioni, cioè con oltre 500 dipendenti, a cui si aggiungono quelle più internazionalizzate e con i maggiori livelli di innovazione tecnologica.

Un panorama critico quello che ne viene fuori e questo nonostante la quasi totalità delle imprese dichiari di adottare una qualche misura difensiva (98,5%). Un dato che unito a quello sopra menzionato pone due riflessioni serie al mondo della politica e dell’economia nel suo complesso: se è vero che la consapevolezza della pericolosità degli attacchi informatici è cresciuta in Italia, paradossalmente si sta misurando una maggiore vulnerabilità del sistema imprenditoriale.

Le conclusioni che ne possiamo trarre sono di tre tipi: il livello di rischio informatico dell’economia è probabilmente ancora più alto di quello che sembri ad una prima occhiata; il settore finanziario, così come la sanità, l’istruzione e i servizi sociali sono esclusi dal campione, ma secondo altre fonti sono particolarmente attraenti per gli attaccanti; con lo sviluppo dell’industria 4.0 avremo bisogno di soluzioni più efficaci per contrastare il cybercrime.

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