Il lavoro scappa via da Roma

Un documento della Cgil per difendere i posti di lavoro nella capitale. La denuncia dell’associazione costruttori

ROMA – Titolava così qualche giorno fa il Corriere della Sera. La causa della “diaspora” è la mancanza a Roma di un vero progetto politico, della latitanza della classe politica al governo della città, di un territorio abbandonato a se stesso, di servizi terzomondisti e infrastrutture dell’altro secolo.

In queste condizioni, secondo un documento della Cgil (“Difendiamo il lavoro a Roma; le situazioni di crisi aziendali”), le grandi aziende, ma anche le piccole, stanno seriamente pensando di fuggire dalla Capitale. Non è lontano dalla realtà il rischio concreto che nel Lazio si possano perdere in breve tempo oltre 11 mila posti di lavoro. Tra le imprese che starebbero preparando gli “scatoloni”, oltre alla partenza già decisa di Sky, ci sarebbero Mediaset, l’Eni, Saipem, solo per parlare dei grandi gruppi. E nel conto del sindacato non sono compresi ancora i 2000 esuberi programmati dall’Alitalia e quelli dell’indotto. 

“Ormai la fuga da Roma – sostiene Michele Azzola, segretario della Cgil di Roma e del Lazio – rischia di diventare inarrestabile vista l’assenza di un progetto politico che caratterizzi la capitale e la regione. C’è bisogno di risposte congiunte per un piano di rilancio su alcune direttrici fondamentali, come il turismo e la cultura”. Possiamo perdere, solo per fare qualche esempio, le grandi competenze che abbiamo nella manutenzione aerea, o continuare a relegare il porto di Civitavecchia a solo scalo turistico, invece di farne anche uno scalo merci per il centro Italia.

“Opere e strade, è tutto paralizzato”, gli fa eco il presidente dei costruttori romani, con gli stessi accenti allarmati del sindacato. “Il Comune pensa solo allo stadio della Roma – attacca Edoardo Bianchi – ma qui è tutto fermo, dagli ex mercati generali alle caserme del Flaminio; ci sono diecine di interventi urgenti da avviare. Servono 250 milioni in cinque anni solo per la manutenzione delle strade e in molte zone l’urbanizzazione è ferma al 30%”.

Inaccettabile per l’Acer il degrado della città e che la politica non favorisca la rigenerazione, la riqualificazione e il recupero di ampie zone. Due gli esempi eclatanti fra i molti che si contano: il Print di Pietralata (l’area di intervento del Programma integrato della città da ristrutturare, per una superficie complessiva di circa 63 ettari) rimasto bloccato e le caserme di via Guido Reni di cui si parla da decenni ma la cui prima pietra è di là da venire.

“Chi per manovre economiche, per fare negoziati non del tutto chiari chiude sedi lavorative e toglie lavoro a uomini, questa persona fa un peccato gravissimo”, ammonisce nel frattempo Papa Francesco, a fianco dei dipendenti Sky. Ma tutte questi lamenti e condanne non fermano l’esodo di massa dalla capitale di capitali, investimenti e lavoro che comincia ad assomigliare ad una diaspora biblica.

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