La situazione drammatica delle carceri italiane

I dati contenuti nella Relazione annuale del Garante. Sovraffollamento e scarse attività

ROMA – Aumenta il numero dei detenuti in carcere, non di quelli che entrano ma di quelli che ci restano, con “situazioni talvolta di estremo sovraffollamento”; e quando sono in carcere sono poche le attivita’ che fanno e i programmi di reinserimento, ovvero manca l’attenzione alla qualità della vita in carcere. E’ questo in sintesi il quadro tracciato, al termine del primo anno di attività, dal Garante nazionale per i diritti delle persone detenute o private della libertà personale nella Relazione al Parlamento.

E una luce rossa è puntata sulle “aree riservate”, una realtà ancora più rigida all’interno del regime del 41bis, che “evidenziano profili di inaccettabilità delle condizioni di detenzione ed espongono il Paese a possibili censure” degli organismi di controllo. Il Garante inoltre se da un alto riconosce la positività della chiusura degli ospedali psichiatrici giudiziari, avverte che la presa in carico dei detenuti con problemi psichici “va a rilento. Nota positive invece si registrano invece nel sistema per i minori detenuti.

In particolare il Garante avverte che “pur in un contesto di generale contenimento della popolazione detenuta, si rileva una leggera tendenza a un aumento, non tanto degli ingressi, quanto della presenza, segnale questo di un rallentamento delle uscite, cioè delle misure alternative; inoltre la distribuzione della popolazione non è omogenea a causa anche della presenza di diversi ‘circuiti detentivi’ con situazioni talvolta di estremo sovraffollamento”.

Inoltre “alla grande attenzione ai numeri, seguita alla condanna dell’Italia da parte della Corte europea dei diritti dell’uomo, non corrisponde altrettanta attenzione alla qualità della vita detentiva, sottolineata invece dagli Stati generali dell’esecuzione penale: gli Istituti di pena sono ancora troppo chiusi, con poche attività e scarsi progetti di reinserimento”. Il tutto corredato dalla “diffidenza verso le nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione che invece devono essere utilizzate al meglio per il mantenimento dei legami affettivi, ma anche per la loro essenzialità nel reinserimento lavorativo e sociale”.

Sul fronte dei detenuti con problemi psichici da un lato il Garante nazionale, sottolinea la positività della chiusura di tutti gli Ospedali psichiatrici giudiziari (Opg) e l’entrata in funzione delle Residenze per le misure di sicurezza per persone con disagio psichico (Rems) ma poi elenca una serie di criticità: “La presa in carico delle persone detenute con problemi psichici va a rilento: sono poche le ‘articolazioni per la tutela della salute mentale’ funzionanti a pieno titolo con grave disagio per i pazienti che spesso vengono semplicemente trasferiti da un Istituto all’altro; particolare allarme desta a questo proposito il numero dei suicidi e quello dei tentati suicidi di questo inizio d’anno, spesso connessi proprio al disagio mentale”.

Il Garante inoltre mette in guardia dal “rischio che le Rems diventino luoghi di ricovero di persone con caratteristiche molto dissimili (da chi e’ stato dichiarato non imputabile a chi ha sviluppato il disagio mentale nel corso dell’esecuzione della sanzione penale a chi è in osservazione per comprendere il suo stato psichico) che potrebbe rendere le Rems troppo simili alla passata esperienza degli Opg”. Dito puntato anche sulle “cosiddette ‘aree riservate’ che costituiscono una realtà speciale e ancora più rigida all’interno del regime speciale del 41bis, aree che evidenziano profili di inaccettabilità delle condizioni di detenzione ed espongono il Paese a possibili censure da parte degli organismi esterni di controllo”. Pollice verso anche per le ‘celle lisce’, cioè prive di arredo per non arrecare danno a se stessi e agli altri al di fuori dell’area sanitaria, facendo ricadere sul personale la responsabilità della cosiddetta ‘sorveglianza a vista’”

Promosso invece “il sistema minorile nel suo complesso, con uno sbilanciamento verso forme di probation, come l’istituto della messa alla prova che sta dando importanti risultati”. Bene anche “l’attenzione ai tanti minori che hanno un genitore in carcere e che spesso hanno lì il primo impatto con le istituzioni statali percepite come espropriatrici dei propri affetti”. Il Garante sottolinea anche la positività dell’aver posto “l’accento sulla responsabilizzazione della persona detenuta richiamata con forza dagli Stati generali dell’esecuzione penale che, pur con resistenze, si sta affermando contrastando la tendenza a una forzata infantilizzazione della persona ristretta” e sulla “evoluzione del livello di professionalità degli operatori a tutti i livelli”. Infine positiva anche “la forte permeabilità del sistema nel suo complesso all’esterno, laddove il territorio si presenta ricco di attenzione e di proposta dio opportunità, una caratteristica questa unica in Europa”.

Nella Relazione presentata in Parlamento, il Garante si occupa anche del primo momento della privazione della libertà analizzando il rapporto tra sicurezza e libertà. E anche qui evidenzia luci ed ombre. Bene la “complessiva tutela dei quattro diritti fondamentali che devono essere assicurati sin dall’inizio della privazione della libertà: accesso all’avvocato, accesso al medico, notifica a una parte terza (per esempio un parente) e informazione di tali diritti in una lingua comprensibile “. Male la “carenza di camere di sicurezza: delle 2143 della Polizia di Stato e dei Carabinieri, 749 sono parzialmente o totalmente inagibili. Le rimanenti 1395 sono ben al disotto della necessità, soprattutto in considerazione del fratto che nel 2016 le persone sottoposte a fermo o arresto sono state 29.121”; e “il rischio – spesso riscontrato nelle visite – è il ritorno al fenomeno cosiddetto delle ‘porte girevoli’, cioè di persone tradotte in carcere per una notte, fino all’udienza del mattino successivo, con un’inutile ‘assaggio’ di carcere per le persone coinvolte e una ricaduta negativa sul sistema penitenziario”.

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