Banche, si torna a parlare di separazione

Diverse proposte di legge per proteggere i depositi dei risparmiatori dalle speculazioni finanziarie degli istituti

ROMA – La Commissione Finanze della Camera ha iniziato l’esame delle varie proposte di separazione tra le banche commerciali e le banche d’affari. E’ una questione che si trascina da anni ed è andata sistematicamente a sbattere contro il muro della lobby bancaria che si è opposta ferocemente contro qualsiasi tentativo di mettere in sicurezza i depositi dei risparmiatori dalle speculazioni finanziarie degli istituti.

Eppure il divorzio tra banche commerciali e banche d’investimento, all’indomani del crollo della Lehman Brothers che aveva innescato la catena della più grande crisi finanziaria dopo quella del 1929, sembrava una riforma non più eludibile. Ci aveva provato il presidente americano Barack Obama nel 2010 in risposta alla crisi dei mutui subprime, ma il suo Dodd-Frank Act si era dovuto fermare a metà dell’opera (il neo presidente Trump si appresta ora a cancellare quel poco che ne è rimasto).

Da noi invece la separazione tra depositi dei risparmiatori e trading finanziario era stato introdotto nel 1936 dalla legge Menichella che stabiliva precisi limiti tra le attività bancarie a medio e lungo termine e proibiva alle banche commerciali la detenzione di quote di partecipazione e di controllo in aziende non bancarie. La separazione ha resistito 57 anni, ma nel 1993 il governo Ciampi ha capovolto questa impostazione introducendo il concetto di “banca universale” e lasciando agli stessi istituti di credito i più ampi margini di discrezionalità.

Oggi, dopo un quarto di secolo, se ne torna a parlare non solo per la crisi di alcuni grandi istituti come Mps o il carico di sofferenze che sta zavorrando il sistema, ma per lo stesso modello generale che presenta ancora gli stessi margini di rischio che neppure la vigilanza europea è riuscita ad eliminare del tutto.

In un loro esplosivo rapporto, “Aprite i caveau”, le organizzazioni internazionali Oxfam (una confederazione internazionale di organizzazioni non profit che si dedicano alla riduzione della povertà globale e alla tutela dei risparmiatori) e Fair Finance Guide International (finanziata dall’agenzia di sviluppo svedese Sida) rilevano che un quarto dei profitti delle 20 principali banche europee proviene dalle loro società controllate nei paradisi fiscali.

Si parla di oltre 25 miliardi di euro di profitti ottenuti nel 2015 dai principali istituti di credito, tra cui gli italiani Banca Intesa e Unicredit, in paesi a tassazione agevolata. I paradisi fiscali più gettonati sono Lussemburgo, Irlanda e Hong Kong, che insieme totalizzano il 72% dei profitti offshore. Nel Granducato del presidente della Commissione Ue Juncker i profitti per il 2015, circa 5 miliardi di euro, sono più di quanto le banche hanno guadagnato in Gran Bretagna, Svezia e Germania messe insieme.

Intesa San Paolo, si legge nel rapporto, è particolarmente attiva in Irlanda, dove registra 436 milioni di profitti. Oltre il 10% del totale. Un dipendente medio, a Dublino, produce per la banca italiana 3,3 milioni di utili. Un risultato raggiunto anche grazie al regime fiscale che ha aliquote medie del 6%, secondo il rapporto, e che in alcuni casi può scendere anche al 2%. La produttività media di ciascun dipendente delle banche nei paradisi fiscali è quattro volte superiore alla media globale: 171 mila euro di utili l’anno per ognuno di loro, contro i 45 mila di un impiegato medio in Paesi con una tassazione normale.

Adesso i deputati della Commissione Finanze riprovano ad aprire il dossier della separazione bancaria. L’approccio è soft e si fa forte dell’impostazione europea che ha sempre ritenuto che il processo di finanziarizzazione dell’economia, insieme alla mancanza di controlli adeguati, fosse concausa degli squilibri alla base dell’attuale crisi globale. In teoria la soluzione data dall’Europa per fronteggiare la crescita del ruolo della finanza era quella di una separazione netta delle attività di “trading” ad alto rischio dal resto delle attività di deposito, concretizzandosi in una reale divisione dei compiti delle banche commerciali da quelli delle banche di investimento. Ma tutto, come sappiamo, si è risolto in una bolla di sapone.

A sostenere il loro sforzo di analisi sembrano rimasti in pochi. L’Adiconsum – dichiara Walter Meazza, presidente dell’associazione per i consumatori – condivide da anni questa esigenza di separazione che consente alle famiglie ed alle imprese di poter accedere al credito favorendo la partecipazione dei lavoratori del credito e dei cittadini-risparmiatori alle scelte organizzative e strategiche degli istituti bancari e ritiene che questa riforma del sistema creditizio sia opportuna per riaffermare il ruolo della banca come strumento di fiducia e come istituzione economica atta a sostenere e facilitare lo sviluppo territoriale.

Si può solo sperare che se il progetto di approfondimento dovesse andare avanti, pur nel breve tratto di fine legislatura, qualche altro soggetto autorevole si unisca all’impresa. Disperata? Probabilmente sì.

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