Roma, anche la Esso fa i bagagli

Dopo Sky e il Tg5, anche la Esso lascia la Capitale. Timore per l’Eni e il settore chimico-farmaceutico

ROMA – Non si placa l’emorragia che ha colpito la Capitale. Dopo l’addio di due importanti redazioni, Sky prima e il Tg5 poi, con i suoi 50 giornalisti e 90 tecnici, l’esodo verso il nord attrae anche il quartier generale italiano di una dei colossi mondiali del petrolio e dell’energia: Esso. Il ramo italiano del gruppo Exxon Mobil, ha infatti già avviato le procedure per chiudere la sede romana di viale del Castello della Magliana e trasferire in Liguria i dipendenti che daranno la loro approvazione. Secondo quanto trapela da fonti aziendali, una cinquantina su oltre 200, avrebbero già acconsentito al trasferimento, mentre altri sono impegnati in trattative.

Se ne va così in silenzio la grande azienda petrolifera, senza destare troppo scalpore, come nel caso di Sky e del Tg5, o dare adito a scioperi o manifestazioni. Semplicemente abbandona la Capitale, come sotto una sorta di anestesia, avviando «un percorso di dialogo e trattativa» con i dipendenti. Più che le modalità, è il valore simbolico di questo abbandono che suscita preoccupazione. Si tratta infatti di una grande azienda che aveva scelto la sede capitolina  come il cuore amministrativo in Italia del suo gruppo, scommettendo su una città che non si è rivelata evidentemente all’altezza, a causa di infrastrutture carenti, mobilità e trasporti disastrosi, burocrazia lenta e opprimente e tessuto economico di contesto sempre più povero.

E’ nel quadrante della Garbatella che molte aziende, che ora prendono la decisione di andarsene, avevano investito. Lo sviluppo urbanistico della zona, però, è rimasto fermo a progetti, annunci e promesse. Emblematico è l’esempio della Nuova Fiera di Roma, investimento che avrebbe dovuto trainare e rilanciare tutto il quadrante, che si è rivelata fallimentare. O ancora, la cittadella dell’Alitalia, con la compagnia in perenne crisi, rimasta un sogno irrealizzato, e i cui ricorrenti “esuberi” pesano come un macigno sul tessuto economico della città.

Il timore per Eni e il settore chimico-farmaceutico. Intanto è da tempo nell’aria l’intenzione di Eni di abbandonare progressivamente la Capitale. si parla infatti di un piano per spostare tutte le attività del gruppo petrolifero a Milano e sgomberare il “Palazzo di vetro” che si affaccia nel laghetto dell’Eur, fatto costruire nel 1959 da Enrico Mattei. Secondo quelle voci (incontrollate), 3.000 addetti di Eni e 100 progettisti della Saipem potrebbero essere trasferiti a Milano, nella sede istituzionale di San Donato. Da parte sua l’Eni interpellata sull’argomento ha smentito categoricamente l’eventualità.

Neanche il settore chimico farmaceutico è immune dalla fuga, il segretario generale della Filctem Cgil Roma e Lazio, Ilvo Sorrentino, ha infatti dichiarato al Corriere che “le politiche che si stanno determinando in particolare nel settore chimico-farmaceutico, compreso quello energetico e dei carburanti, potrebbero portare, come è già successo in passato, allo spostamento di attività nell’hinterland milanese. Le politiche in atto, non da oggi, sembrano confermare questo trend”.

La questione è politica. “È evidente che nessuno vuole salvare questa città – afferma un noto imprenditore romano a Repubblica.it – e che tutti, politici compresi, tirino la volata a Milano. Un atteggiamento decifrabile anche da come sono stati trattati diversamente due grandi scandali giudiziari: Mafia Capitale e le infiltrazioni mafiose nell’Expo. Il primo è diventato un infamante marchio di fabbrica per Roma, il secondo un’occasione di pulizia e di rilancio per Milano”.

La fuga delle grandi aziende dalla Capitale assume oramai i connotati della grande crisi politica. Le istituzioni assistono impotenti all’emorragia senza fine di posti di lavoro e di risorse, mentre si infittiscono gli appelli retorici al sostegno e alla solidarietà con i lavoratori. Regione, Comune, Camera di commercio, associazioni imprenditoriali protestano in maniera tanto energica quanto sterile. A farne le spese, come un vaso di coccio in mezzo ai vasi di ferro, direbbe Manzoni, c’è la città, che vede il suo degrado aumentare di giorno in giorno ed ingrossarsi le fila dei senza lavoro.

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