Musei, di chi è la colpa della bocciatura?

I giudici del Tar Lazio non hanno fatto che applicare la legge vigente. Il legislatore che fa norme spesso incerte e contraddittorie se la prende con chi è chiamato ad applicarle.

ROMA- La bocciatura da parte del Tar Lazio dei cinque direttori di grandi musei nazionali, che erano stati scelti secondo le linee di indirizzo volute (meritoriamente) dal ministro Dario Franceschini, ha scatenato il finimondo. Tutti indignati contro il presunto strapotere dei giudici amministrativi al grido renziano di “non abbiamo sbagliato perché abbiamo provato a cambiare i musei: abbiamo sbagliato perché non abbiamo provato a cambiare i Tar”.
E’ vero che talvolta, soprattutto quando la norma di legge da applicare presenta margini elevati di  ambiguità, l’interpretazione dei giudici di via Flaminia ha lasciato perplessi. Ma in linea generale spetta al giudice amministrativo risolvere le controversie proposte da privati cittadini contro atti amministrativi. Che poi l’iperfetazione italiana di leggi e regolamenti, per lo più scritti con i piedi, causi difficoltà interpretative o margini di discrezionalità troppo ampi, è tutto un altro discorso.
Nel caso della bocciatura delle nomine dei cinque direttori di museo, la sentenza del Tar del Lazio, almeno nel suo punto principale, non fa una piega. Passi per il rilievo che la trasparenza del procedimento di nomina sarebbe venuta meno dal momento che il colloquio con il candidato direttore è avvenuto a porte chiuse e talvolta attraverso forme di telecomunicazione. Anche qui però sarebbe sì ora che l’amministrazione pubblica ammodernasse i suoi mezzi di comunicazione primordiali, ma finchè ciò non avviene valgono le vecchie regole, che piaccia o no.
Ma la nota più dolente riguarda l’assegnazione di incarichi dirigenziali nella pubblica amministrazione a candidati di origine straniera. Secondo i giudici del Lazio la direzione dei musei  si configura come incarico di livello dirigenziale e quindi regolata dall’art. 38 del decreto legislativo  165/2001, che così recita: “I cittadini degli Stati membri dell’Unione europea possono accedere ai posti di lavoro presso le amministrazioni pubbliche che non implicano esercizio diretto o indiretto di pubblici poteri, ovvero non attengono alla tutela dell’interesse nazionale”.
In altre parole, se la riforma Franceschini del 2014 avesse abolito espressamente il divieto di assegnazione di incarichi dirigenziali, quali sono le figure di direttori di museo, a cittadini non italiani, le cinque nomine oggi contestate sarebbero state valide a tutti gli effetti. Siccome questa deroga non c’è stata, al giudice del Tar non è rimasto che applicare la legge del 2001 e dar ragione ai ricorrenti.
“Il fatto che il Tar del Lazio – ha tuonato Matteo Renzi – abbia annullato la nostra decisione merita il rispetto istituzionale che si deve alla giustizia amministrativa, ma conferma, una volta di più, che non possiamo più essere una repubblica fondata sul cavillo e sul ricorso”. Ma come, invece di biasimare il proprio ufficio legislativo che ha ignorato la legge, si critica il giudice che ha condannato il reo. Si fa cioè un’inversione dei termini del problema, uno scambio, una figura retorica che gli antichi greci chiamavano enallage.
E non è nemmeno a dire che si è trattato di una svista, di un errore materiale. “Noi lo avevamo già detto due anni fa – ricorda il sindacalista Learco Nencetti della Confsal Unsa beni culturali – che con l’attuale quadro normativo ci sarebbero stati problemi per il reclutamento di dirigenti stranieri, perche le norme si riferiscono solo a cittadini italiani, e non anche a quelli Ue”.
Di fronte agli attacchi serrati di queste ore contro la magistratura amministrativa scende in campo il presidente dell’Associazione nazionale magistrati amministrativi (Anma) Fabio Mattei, in una puntualizzazione che ha ben poco della difesa corporativa: “Le istituzioni rispettino i magistrati, chiamati semplicemente ad applicare le leggi, spesso poco chiare se non incomprensibili. La nomina di dirigenti pubblici stranieri (chiamati a esercitare poteri) è vietata nel nostro ordinamento. Se si vogliono aprire la porte all’Europa – e noi siamo d’accordo – bisogna cambiare le norme, non i Tar”.

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