I pianoforti e i violini spezzati di Arman

A Palazzo Cipolla fino al 23 luglio la mostra del grande artista francese del nuovo realismo

ROMA – Si è aperta a Roma al Palazzo Cipolla, organizzata dalla Fondazione Terzo Pilastro e curata da Germano Celant, la mostra del grande artista francese Arman dal titolo ‘Arman 1954-2005‘.

Nella rivalutazione dell’arte europea degli anni ’60 contro un certo imperialismo culturale americano segnato dal premio a Rauschenberg alla Biennale di Venezia del 1964, che il curatore Germano Celant sta portando avanti, Arman ha un suo posto preciso come protagonista del movimento Nouveau Réalisme nato in Francia e promosso da Pierre Restany. Il movimento riaffermava un ritorno ad una nuova figurazione come risposta europea al New Dada, risposta che riappropriandosi del pensiero di Duchamp proponeva una sorta di livellamento artistico di temi, materiali, oggetti e immagini.

La mostra è una grande retrospettiva dedicata all’artista francese (Armand Pierre Fernandez 1928-2005) poi naturalizzato americano, interprete delle trasformazioni culturali prodotte dalla globalizzazione. L’intero percorso del suo lavoro, che va dal 1954 al 2005, ci offre la possibilità di vedere quanto sia stato anticipatore di alcune ricerche attuali o comunque attento a tematiche che avranno grande rilievo nel mondo artistico contemporaneo.

L’esposizione parte dalle grandi opere dell’ultimo periodo, pianoforti tagliati, violini spezzati, letti e vetture scomposte ampliando a dismisura il tema dell’oggetto che perde la sua funzionalità e va a ritroso fino ai primi lavori del 1954 dai Cachet alle Accumulations, dalle Poubelles alle Inclusions per finire ai Rages e ai più recenti Sandwich Combo.

I primi lavori, Cachet del 1954 o Mauve Administrative del 1957, realizzati con timbri su tele fiorate o stampini ricoperti da pittura, sottolineavano la possibilità di un oggetto di assumere, duchampianamente, una identità differente, qui di semplici portatori di messaggi. Questa ricerca si ritrova negli artisti di oggi con intenti diversi che parlano invece del tempo, degli attimi che scorrono,delle ore scandite da un lavoro quotidiano e da una riflessione che dà valore all’identità.

Le Poubelles del 1960, magnificamente, riuniscono in teche o accumulano sulle tele lampadine, pellicole fotografiche, oggetti di lavoro come pale, tenaglie, pinze, guanti da giardiniere in una compressione che toglie loro l’importanza dell’uso e ne sottolinea ironicamente, attraverso la presentazione estetica, l’inutilità. Anche qui la vicinanza con ricerche odierne ne fa un anticipatore di istanze che vanno dalla minuziosità del collezionismo, alla ossessività di azioni ripetitive, alla tenacia con cui si raccolgono indizi importanti della nostra vita per darle un significato e non ultimo al problema della raccolta differenziata che coinvolge le nostre città metropolitane.

Di grande suggestione gli assemblaggi di pettini argentei o di tenaglie (School of Fisch 1981) a formare luccicanti armature, teiere o contenitori di acciaio inossidabile allineati (come non pensare ai lavori di artisti indiani contemporanei, visti in recenti rassegne, che parlano di spostamenti,di esili,di condizioni di migliaia di popoli).

Molte le bacheche in cui si ritrovano profumi, quadri (Pinacotheque del 1993) macchine fotografiche ferri da stiro, pellicole, e non si può non fare riferimento a quelle di Damien Hirst che nel suo desiderio di dare uno scacco alla morte riunisce pillole o scatole di medicinali. L’accumulazione di sedie artigianali o di biciclette (Slow Motion 1995, ancora con un riferimento a Duchamp) si ritrovano nelle installazioni di Wei Wei senza tuttavia quella drammaticità presente nell’artista cinese e qui intriso di una graffiante ironia cartesiana sulle nuove modalità di vita.

Negli ultimi anni l’artista mostra ancora una volta l’aderenza ai temi che agitano le riflessioni odierne e apre a una invasione dello spazio che parla di rottura delle regole, di abbandono della dimensione borghese, di una società che cerca, ossessivamente, di ritrovare un senso al suo cammino.

di Maria Grazia Tolomeo

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