Il nuovo Testo unico sul pubblico impiego non sana le ferite

Si dà facoltà agli enti di ricerca di assumere i precari senza dar loro le risorse per farlo

ROMA – Il mondo della ricerca italiana è in ebollizione. Dopo un lungo periodo di mobilitazione sindacale, scioperi, flash mob sotto la sede del Miur e dei vari enti, sembrava che le acque si fossero calmate con l’approvazione di qualche giorno fa del nuovo Testo unico per il pubblico impiego.

L’articolo 20 del provvedimento stabilisce infatti che “le amministrazioni, al fine di superare il precariato, ridurre il ricorso ai contratti a termine e valorizzare la professionalità acquisita dal personale con rapporto di lavoro a tempo determinato, possono, nel triennio 2018-2020, con l’indicazione della relativa copertura finanziaria, assumere a tempo indeterminato personale non dirigenziale che, alla data di entrata in vigore del presente decreto, sia in servizio con contratti a tempo determinato presso l’amministrazione che procede all’assunzione; sia stato già selezionato dalla medesima amministrazione con procedure concorsuali; abbia maturato alle dipendenze dell’amministrazione che procede all’assunzione almeno tre anni di servizio, anche non continuativi, negli ultimi otto anni”.

Finalmente dopo anni di lotte – si è festeggiato il giorno dopo la pubblicazione del decreto – la piaga del precariato nella pubblica amministrazione sembrerebbe sanata. Ma l’entusiasmo è durato l’espace d’un matin perché il legislatore, subito dopo aver stabilito l’assunzione dei precari, aggiunge nello stesso articolo che, “ferme restando le norme di contenimento della spesa di personale, le pubbliche amministrazioni, nel triennio 2018-2020, possono elevare gli ordinari limiti finanziari per le assunzioni a tempo indeterminato previsti dalle norme vigenti, al netto delle risorse destinate alle assunzioni a tempo indeterminato……….” e via legiferando in un delirio di limiti e di rinvii lungo quindici righe senza punteggiatura, che di fatto privano la norma delle risorse finanziarie indispensabili per attuarla.

Fare le riforme senza soldi è la solita utopia della P.A., tant’è che il Miur aggira tartufescamente il problema nascondendosi dietro l’autonomia degli enti di ricerca. I sindacati, fiutando la manovra, avevano già messo sull’avviso la ministra Fedeli “che l’esigenza di chiudere la stagione del precariato è ampiamente condivisa”, ma che se il MEF ribadisce l’invarianza di spesa, allora è necessario quanto meno ragionare in termini di “costo equivalente medio” anziché in termini di numeri/teste.

L’avvertimento è rimasto inascoltato e allora tutti i sindacati unitariamente, visto il nuovo quadro normativo dettato dalle modifiche sul Testo Unico del pubblico impiego, hanno chiesto alla ministra Fedeli, al capo di gabinetto Sabrina Bono e al capo dipartimento della ricerca Marco Mancini, un incontro urgente per affrontare i temi dell’applicazione dell’art. 20 sulle stabilizzazioni, sul precariato e sul reclutamento.
Insomma dopo tanto rumore, la giostra riparte!

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