L’assessora Marzano e l’ingegner Simoni commentano la proposta per la connettività digitale di Michele Mezza

Una community per trasformare l'insoddisfazione in proposta

Il commento di Flavia Marzano*

Concordiamo in pieno con la proposta di una community per condividere un processo che trasformi l’insoddisfazione in proposta.

Abbiamo infatti già attivato strumenti per favorire la partecipazione attiva dei cittadini come ad esempio il Forum Innovazione. A questo si aggiunge la sezione “partecipa” del nuovo portale che attualmente è in consultazione pubblica (http://www.comune.roma.it/pcr/it/consultazione_nuovo_portale.page) e che sarà online in autunno basandosi anche sulla revisione dello Statuto di Roma Capitale con i relativi nuovi istituti di partecipazione.

Stiamo inoltre lavorando alla mappatura della connettività in città e alla sperimentazione del 5G.

Così come previsto nelle linee programmatiche abbiamo già approvato l’Agenda Digitale che è stata oggetto di consultazione sia di persona che online e stiamo avviando le attività per definire le linee di indirizzo per la Smart city e il relativo piano regolatore.

* Assessora Roma Semplice

 

Il commento di Giovanni Simoni**

Michele Mezza con il suo articolo su RomaCapitale.net lancia un affascinante progetto: per il momento un’idea che con la “connettività per tutti”, vuole creare uno strumento interattivo mobile e fisso al servizio della rinascita della capitale e al servizio della creatività e dei bisogni reali dei cittadini.

Si tratta in realtà di più progetti in uno: in parallelo un piano per lo sviluppo della connettività “gratuita” per tutti i cittadini (arriva persino a quantificare in 2 Giga la disponibilità per ciascuno) e molti altri per lo sviluppo di contenuti.

Una parte per i veri servizi ai cittadini e rendere la vita a Roma un po’ più semplice, ma molto per sollecitare giovani e meno giovani a far parte del progetto, sentendosi comunità, a sviluppare proposte e contenuti che, in parte, possano anche valicare i confini (da precisare geograficamente) dell’area romana.
Se c’è una critica da fare è quella di proporre un piano che può sembrare, visto il topo che sale il Campidoglio, fondamentalmente utopistico.

Se teniamo conto che l’attuale situazione può essere anche rappresentata da una trovata originale del Comune: non avendo tempo e soldi per riparare la buche mettiamo dei nuovi cartelli stradali che indicano “Strada dissestata, limite di velocità 30 km/h”.

Poi, lungo queste strade, mandare vigili urbani con i nuovi autovelox a raccogliere i frutti di questa trovata. Denari sottratti ad automobilisti che vanno a 50 km/h e che rischiano punti e ritiro di patente!

A mio parere, tuttavia, l’utopia va perseguita: ci vuole molto volontarismo e si deve mettere ordine alle idee di Michele per abbozzare, anche in prima istanza, un vero piano così da poterne valutare in prima approssimazione tutte le variabili, non solo quelle economiche e finanziarie, ma quelle delle intelligenze diffuse del nostro territorio che forse, attorno ad un’idea dai contenuti utopici, potrebbero ritrovare interesse a collaborare.

** Presidente e amministratore delegato di Kenergia Srl

 

Roma, verso un piano regolatore della connettività digitale di Michele Mezza***

“Per superare una vecchia teoria non bastano i fatti. Ci vuole una nuova teoria.” – John Maynard Keynes

Il topo che si è arrampicato sullo scalone del Campidoglio è icona e conseguenza dello sfacelo in cui versa la capitale. Uno sfacelo che non possiamo addossare sulle comunque fragili spallucce di questa Sindaca, ultima conseguenza e icona dello stato di abbandono politico culturale di Roma.

Alla fine del 400’, rientrando nelle mura di Firenze, Pico della Mirandola si sentì chiedere da un discepolo: Maestro, ma che luogo è mai questo dove si vive senza coltivare? La domanda era più che legittima: da poco si era sviluppata la metropoli moderna dove ci si trasferiva anche per sfuggire al destino di passare tutta la vita accanto al proprio campo. Pico rispose: è un luogo dove si vive e si parla.

Quale prospettiva di successo mi consente oggi la città? La risposta indica il tasso di rappresentatività dei rappresentanti e soprattutto ci aiuta a comprendere la città nello sviluppo dei tre fattori fondanti della nuova economia della comunicazione: relazioni, segni e consumo.

Quale ruolo e quale bussola hanno adottato i gruppi dirigenti che hanno governato Roma in questi ultimi lustri?

Soprattutto, come hanno reagito a quel poderoso processo di trasformazione che ha riconfigurato e sta riconfigurando la nostra vita quotidiana? E’ evidente infatti che il fallimento simboleggiato dal topo del Campidoglio viene da lontano.
Una colpa che diventa inaccettabile per quel ruolo che vede proprio il soggetto pubblico, come ricorda Mariana Mazzucato nel suo libro ‘Lo stato Innovatore’ (Laterza, 2014), essere impresario e volano dell’innovazione.

Precedenti non mancano nella storia recente. Si pensi al fronte riformatore romano in tema di buona amministrazione sul territorio e alle rivoluzionarie svolte degli anni 60 con l’introduzione del Piano regolatore urbanistico come strumento per governare il territorio, sottraendolo a logiche predatorie.

Un riferimento per elaborare una nuova politica dell’innovazione? Il tema che abbiamo di fonte non è, in realtà, molto dissimile.

La connettività è fattore strategico di cittadinanza e di ordinamento sociale dello sviluppo, e l’ente locale è il titolare della sua governance, non solo per assicurare ai singoli cittadini un vantaggio competitivo, ma anche e soprattutto come collante sociale che sanziona la collaborazione con la stessa amministrazione nella gestione partecipata della città
In questo contesto, le risorse tecnologiche disponibili consentono all’ente pubblico di utilizzare soluzioni diverse, per spingere nell’agone digitale l’intera comunità cittadina, assicurando a ciascuno una dotazione minima di bit per accedere alla rete.

In effetti, la capacità di tradurre in termini immateriali il bagaglio di relazioni e di azioni della città, come intuì Pico della Mirandola, si concentra oggi nella forme di condivisione della rete come diritto di cittadinanza. Parliamo dunque di un Piano regolatore della comunicazione digitale e delle economie immateriali. Come 50 anni fa, la politica deve trovare la sua ragion d’essere nella capacità di ottimizzare, in maniera trasparente e condivisa, la potenza digitale per i suoi cittadini. Lo stesso Papa Francesco, nella sua enciclica Laudato Sii, dice che una comunità civile non può prescindere dalla condivisione di beni comuni, siano essi l’acqua o Internet.

Tre sono dunque le categorie della comunicazione oggi: relazioni, segni e consumo.

Le relazioni: la connettività come diritto di cittadinanza

Le esperienze più avanzate indicano una scelta modulare, dove satellite (…penso alla disponibilità di sistema leggeri e flessibili come la banda KA…), fibra e doppino telefonico permettono al decisore pubblico la programmazione e il coinvolgimento dei singoli interessi nel progetto di digitalizzazione del territorio.

Due sembrano oggi le strategie prevalenti che possono essere fra loro integrate. La prima promuove l’azione nomade del cittadino, assicurando aree della città dove l’accesso alla rete è disponibile, gratuito e ampio. La seconda mira invece a promuovere una stabile connessione residenziale dei cittadini. In questo caso parliamo di piani di connettività a varie dimensioni: fibra, ADSL, Satellite. Proprio quest’ultima, con le nuove risorse ricavate dagli ultimi ritrovati tecnologici, permette di assicurare una connessione minima, con valori che arrivano anche a 2 mega come potenza individuale, per ogni singola abitazione.

Parallelamente, e questo è un nodo spesso inevaso, lo stesso ente pubblico deve programmare un’offerta di contenuti che renda la connettività un dato non solo simbolico. Occorre una strategia di transizione di servizi e comunicazioni del Comune verso il digitale con una killer application: un servizio realmente innovativo come potrebbe essere il Tom Tom delle notizie pubbliche, i creative commons della P.A.

Qualche giorno fa Miguel Gamino, city manager di New York, spiegava in un’intervista a Repubblica come le filosofia di connessione sia elemento essenziale per l’amministrazione di quella città e di responsabilità esclusiva del Sindaco De Blasio.

In poche settimane si potrebbe dotare l’area metropolitana di una cabina di regia del Piano dove coinvolgere i global player tecnologici, i centri di competenza universitari, i grandi utenti le comunità territoriali.

Ecco alcuni possibili obbiettivi:

• Allestimento di un disegno di comunicazione digitale, dove tradurre in modalità mobile tutta l’esperienza delle URP.
• Apertura di un cantiere Connettività civile, per una pianificazione delle forme di connettività del territorio, a secondo delle necessità e degli interessi.
• Insieme al disegno comunicazione, affrontare anche il nodo energia poiché una piattaforma di condivisione delle informazioni renderebbe la città il nodo di una rete dove i cittadini possono riorganizzare tutti i loro servizi, a cominciare dalla condivisione delle forme di energia rinnovabile e dello smaltimento dei rifiuti, in modalità differenziata.

I segni: una piattaforma iper-mediale

Roma si è sempre configurata come un naturale distretto audiovisivo. Da almeno un secolo la città coincide con un prodotto di immagine e con la funzione primaria di trasmettere messaggi. Le tradizionali suggestioni che ne caratterizzano l’identità culturale -la storia millenaria, la leadership religiosa, la rappresentanza istituzionale.
Vaticano, Parlamento, Cinecittà, via Veneto, il Colosseo, sono altrettanti canali di comunicazione e sistemi di produzione dell’immaginario globale. Cinema e Tv, e ora anche pubblicità e creatività on line, hanno incardinato nella città un forte reticolo di produzione e professionalità multimediale.

Delle 500 aziende che razionalmente producono contenuti audiovisivi in Italia il 47% lavorava nel 2014 a Roma, realizzando il 64% del fatturato del settore.Nel cinema, il bilancio si presentava ancora più lusinghiero: a Roma operano il 69% delle aziende del settore.

Ma anche in questo ambito da anni la città langue. In questi ultimi mesi prima Sky, poi Mediaset e ora il TG2 hanno deciso di abbandonarla per concentrarsi a Milano. Il ciclo degli effetti speciali si trova invece più naturalmente a Torino, e soprattutto Napoli è oggi il vero set da cui l’Italia parla al mondo. Roma rimane logistica e intermediazione di supporto, ma In una fase in cui i circuiti produttivi dell’immaginario hanno abolito la logistica e limitato i supporti. Per lo stesso motivo per cui negli anni 50/60 Roma divenne una delle capitali mondiali del cinema (la forte integrazioni di strutture, scenari e un brulicante tessuto di professionalità specializzate) oggi invece si indebolisce il suo ruolo nel passaggio al digitale delle realtà audiovisive.

Proprio la natura globale delle imprese del settore, oltre alla naturale dimestichezza con i comportamenti reticolari e sulla rete, rendono facilmente colmabile il gap con il ricorso a competenze esterne.

Se il tessuto produttivo appare abbastanza consistente sul fronte delle produzioni tradizionali – circa 130 aziende dell’indotto televisivo – risulta debole il tessuto delle applicazioni innovative in aree strategiche come il broadband, lo streaming video, le realizzazioni video a 3D.

Più in generale ci troviamo di fronte ad una realtà dove quotidianamente la città propone un tabellone di consumi multimediali a volte persino eccessivo, con una possibilità di scelta tipica da grande città americana, mentre di questo tabellone di offerte i reali apporti di produzioni territoriali, o comunque riconducibili a realtà di una grande città quale è Roma sono largamente sottodimensionate.

Roma produce ancora poco per la nuova platea multimediale e rischia di non orientare l’uso di tecnologie e linguaggi esterni per attivare servizi e prodotti in ambito locale. In media la capitale produce non più del 8 % dell’immaginario che consuma e distribuisce, mentre Napoli supera il 72%.
Alcuni elementi per un progetto:

Il Comune sia acceleratore e stratega di una politica che consenta al sistema urbano di reggere la competizione digitale.
E’ necessaria una ricognizione dei processi di transizione dell’intero sistema cittadino (TV+musica+sistemi on line+apporti di egoverment) al digitale interattivo: un inventario di bisogni e realtà che disegnino un mercato urbano della comunicazione, insieme a un censimento delle realtà professionali e associative.

L’ uso della spesa informatica sul versante di modelli di Open Source sia orientato a creare forme di partenariato delle realtà operanti sul territorio. Come anche l’uso di linguaggi televisivi per l’implementazione di servizi e assistenza sanitaria, formazione, alfabetizzazione, comunicazione istituzionale, insieme all’adozione di strumenti per contestualizzare decisioni e istruttorie in un nuovo ambiente grafico a 3 D (tipo Google Earth) che spingano le imprese del settore a specializzare modelli urbani innovativi.

Avrebbe anche senso, se si chiarissero preventivamente le idee dei protagonisti, la convocazione di una conferenza metropolitana dei servizi per la comunicazione digitale, applicando la tradizione tipica dell’autogoverno del territorio, mettendo in campo l’esperienza amministrativa, professionale e politica del decentramento comunale e dei suoi strumenti di pianificazione e governo.

L’obbiettivo della conferenza è dotare l’ente locale di un ampio orizzonte di analisi e pianificazione dei comportamenti nel settore: appunto – quel Piano regolatore digitale che collochi decisioni e interventi in un sistema di obbiettivi trasparente e condiviso.

In chiusura, per fare qualche esempio, penso:

1) ad una piattaforma satellitare costituita, in consorzio, da multiutility locali, aziende di produzioni e associazioni professionali. Un teleport satellitare. Un hub di smistamento prodotti. Eutelsat è un interlocutore disponibile. Già oggi ci sono esperienze di transponder affidati e centri servizi locali, come a Venezia, con Network Teleport Italia. Si tratta di verificare costi e condizioni. Sarebbe un modo per assicurare, ad un tessuto quale quello dell’audiovisivo romano, uno sbocco al mercato. Come è stato l’Auditorium per i consumi così il Teleport satellitare per la produzione.

2) essendo il tasso di connettività un indicatore di vivibilità di un territorio, il suo piano regolatore ne pianifichi la distribuzione, in base alle esigenze della comunità. A Londra o a Berlino, la connettività viaggia di pari passo con gli indici catastali ed è leva per la riabilitazione di aree e quartieri, influenzando lo stesso mercato immobiliare. La zona Sud, con l’innesto del ciclo universitario con quello dell’audiovisivo, potrebbe essere un primo esempio. I nuovi poli della ricerca, e ancora l’area Tiburtina o quella Tiberina. Davvero, non penso ad un socialismo municipalista ma ad un servizio efficiente che produca fatti.

3) Ci sono spezzoni di esperienza che vanno integrate come un bancomat della memoria, dove raccogliere e gestire i contenuti non immediatamente di mercato, con un sistema di accesso negoziale. Un You Tube cittadino, che consolidi il brand della città e avvii al mercato le prime esperienze creative. A Torino si sta realizzando un sistema proposto dall’Ingegner Chiariglione, padre del digitale italiano.

Altre ipotesi:

1)TV: le emittenti locali vanno sostenuto nel processo di digitalizzazione della produzione con una norma di finanziamento privilegiato. Una sorta di legge 44 della multimedialità che supporti la progettazione e l’acquisto dei nuovi dispositivi di ripresa, edizione e messa in onda.

2) Il Comune promuova un accordo di programma per avviare nel territorio un’area di sperimentazione delle nuove forme di trasporto del segnale digitale lungo la rete terrestre e nei nuovi standard di telefonia mobile GPRS e, nell’immediato futuro, UMTS. Dobbiamo essere la prima area dove sperimentazione e pratica dei nuovi modelli abbiano spazio e sostegno. In questo sarebbe importante convenire con le organizzazioni sindacali nuove forme di praticantato professionale, che integrino flessibilità, formazione e sperimentazione di modelli e progetti individuali.

3) Una nuova mappa delle reti digitali urbane. Il Wi FI non è una ferrovia nazionale ma un sistema di tramvie locale e va adeguato e contestualizzato nel territorio. Il Comune elabori un piano regolatore che dia orientamento e direttive al progetti ed iniziative, dai cablaggi delle aree metropolitane, agli insediamenti produttivi, ai progetti formativi.

4) Accompagnare il passaggio su satellite del maggior numero di emittenti locali significa rafforzare la politica di immagine e comunicazione dell’intero tessuto regionale. Più Roma c’è nell’etere e più Roma si ritroverà nei mercati di fruizione multimediale.

Conclusione:
Abbiamo qui tracciato un quadro schematico, puramente indicativo, di un approccio ad un tema fondamentale.
Per questo credo che si debbano innestare alcuni processi virali:

-Una sede per una community: trovare modalità per condividere con 1000 persone in città un processo che trasformi l’insoddisfazione in proposta

-Uno strumento per comunicare: non penso ad un giornale nè ad un blog ma ad un navigatore, un sistema che declini il racconto della città con il servizio della georeferenzialità di idee e attività

-Un progetto di governo: il piano regolatore della connettività, ora.

Ci proviamo?

*** Direttore scientifico di PollicinAcademy – Centro ricerche sugli alfabeti del mobile

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