Caso Aquilanti, la relatività del diritto

Segretario generale della presidenza del Consiglio e neo consigliere di Stato. Il dilemma

ROMA – Paolo Aquilanti, classe 1960, è una persona importante. Nel ranking del potere siede in prima fila. E’ infatti il Segretario generale di Palazzo Chigi, dopo essere stato capo dipartimento con Maria Elena Boschi quand’era ministra dei rapporti col Parlamento. Sul suo tavolo passano tutti i provvedimenti e le decisioni del governo.

In riconoscimento della sua cultura giuridica e delle sue capacità organizzative, Aquilanti viene nominato il 1° febbraio scorso consigliere di Stato, il massimo riconoscimento a cui un civil servant come lui può aspirare. Ma né Matteo Renzi prima né Paolo Gentiloni poi intendono rinunciare ai suoi servigi. Così contemporaneamente alla nomina, il presidente del Consiglio di Stato, Alessandro Pajno, con un provvedimento d’urgenza concede il fuori ruolo al grand commis e lo autorizza a continuare a svolgere l’incarico di segretario generale della Presidenza del Consiglio.

Veramente ci sarebbe una norma del 1982 che stabilisce che “il collocamento fuori ruolo può essere disposto soltanto per i magistrati che abbiano svolto funzioni d’istituto per almeno quattro anni”. Aquilanti, per i motivi sopradetti, non li ha svolti nemmeno per quattro giorni. Ma niente paura, interviene un’altra leggina del ’99 in cui si dispone che “il collocamento fuori ruolo, per gli incarichi disciplinati dalla legge n. 400/88 (tra cui rientrano le funzioni del segretario generale, ndr), è obbligatorio e viene disposto……..anche in deroga ai limiti temporali, numerici e di ogni altra natura”.

Tutto a posto allora? No perché il regolamento della magistratura amministrativa prevede che qualsiasi provvedimento di urgenza del presidente debba essere ratificato dal plenum del Consiglio di presidenza della giustizia amministrativa. E infatti, sia pure in ritardo rispetto alla prassi, l’autorizzazione al fuori ruolo e il distacco di Aquilanti arrivano dopo tre mesi in Consiglio di presidenza.

Sembra l’ultimo passaggio di routine e invece a sorpresa spunta il venenum. Il presidente Pajno mette in votazione la proposta a scrutinio palese e il Consiglio la respinge. Il risultato è di 9 consiglieri astenuti (che per regolamento contano come voti contrari) e 6 favorevoli. Scoppia la bagarre, con scambi di accuse tra i 4 componenti laici del Consiglio (di tutti i colori politici, Pd, Forza Italia e Cinque Stelle) e i 9 togati.

Ma qui viene in soccorso a sbrogliare l’impasse uno dei membri autorevoli del Consiglio di presidenza che tira fuori dal cilindro il sottile cavillo giuridico: la proposta di ratifica del provvedimento non è passata solo in virtù dell’equiparazione delle astensioni ai voti contrari. Ergo, non si può sostenere che il decreto del presidente sia stato bocciato nel merito, ma solo che deve tornare nella competente commissione del Consiglio di Stato per il supplemento di istruttoria.

Tutti contenti dunque. Il presidente ha salvato la faccia, Aquilanti resta a Palazzo Chigi probabilmente fino alla fine della legislatura e i magistrati togati non possono essere accusati di lesa autorità. Che cosa abbia a che fare tutto questo con la certezza del diritto è tutta un’altra questione!

di Spectator

Potrebbero interessarti anche