L’Italia piange Paolo Villaggio

Si è spento all'età di 84 anni l'interprete di Fantozzi. La sua vita dalla fabbrica al successo.

ROMA – Si è spento questa mattina alle 6 all’età di 84 anni un grande attore italiano, Paolo Villaggio, ricoverato dai primi di giugno nella clinica privata Paideia di Roma. “Ciao papà, ora sei di nuovo libero di volare”: sono le parole con cui Elisabetta Villaggio saluta il papà su Facebook, accompagnate da una foto in bianco e nero che ritrae Paolo Villaggio da giovane insieme ai figli.

Quante facce o quante maschere ha indossato il genovese Paolo Villaggio nella sua vita da perenne ragazzo ed eterno scontento. Con lui, nato il 30 dicembre 1932 da padre siciliano e madre veneziana, ma ligure fino al midollo nel suo mix di cinismo e romanticismo anarcoide si chiude una pagina della vita italiana, perché Villaggio non è stato solo attore, scrittore, autore e istrione tra radio e tv; era la cattiva coscienza dell’Italia degli anni ’70 e, a suo modo, lo è rimasto anche negli anni del suo “autunno da patriarca”.

All’inizio degli anni ’60 Villaggio va a lavorare in fabbrica, ma qui capiscono in fretta il soggetto e lo mettono a organizzare le feste aziendali. Il salto verso la notorietà si rivelerà breve, Maurizio Costanzo lo porta a Roma, lo fa debuttare a teatro, lo impone alla radio. Da lì, complice il desiderio di rinnovamento della TV di Stato, Villaggio scala in fretta i gradini della celebrità: “Quelli della domenica” (dove debuttano il Professor Kranz e il nevrotico Fracchia), “Canzonissima”, “Gran Varietà” alla radio.

Ma saranno gli anni ’70 a far passare Villaggio alla storia: prima con l’invenzione letteraria del ragionier Ugo Fantozzi e poi con la sua versione cinematografica che si concretizza nel 1974. Di Fantozzi, Paolo Mereghetti scriveva “Fantozzi, come la maggioranza dell’umanità, non ha talento. E lo sa. Non si batte né per vincere né per perdere ma per sopravvivere. E questo gli permette di essere indistruttibile. La gente lo vede, ci si riconosce, ne ride, si sente meglio e continua a comportarsi come Fantozzi”.

La sua comicità mischia ironia surreale e satira reale in un costante passare da Cechov alle comiche del muto, dall’osservazione sociale al teatro dell’assurdo. Se ne accorgeranno tardivamente i critici, ma non saranno in ritardo Federico Fellini che gli dedicherà il suo ultimo film, “La voce della luna” in coppia con Benigni, Giorgio Strehler che lo porta a teatro con “L’avaro”, Ermanno Olmi (“La leggenda del bosco vecchio” da Buzzati), Lina Wertmuller (“Io speriamo che me la cavo”), il veterano Monicelli (“Cari fottutissimi amici”), Gabriele Salvatores (“Denti”). Dimenticato dal cinema, Villaggio si rifugia nella pubblicistica, sempre accompagnata da buon successo di vendite, nel teatro e nella critica pubblica in cui mantiene sguardo acuto sulla società che cambia.

Nella vita artistica non gli sono però mancati gli onori: Gillo Pontecorvo gli conferì nel 1992 un inatteso e rivoluzionario Leone d’oro alla carriera (il primo mai dato a un comico); due anni prima Fellini gli aveva fatto vincere il David di Donatello come miglior attore (ne avrebbe vinto un secondo alla carriera nel 2009); infine ecco il Pardo d’oro di Locarno nel 2000.

 

 

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