Ricerca, Ispra rischia la chiusura

Galletti finanzi noi, non Sogesid. Il grande business della difesa del suolo

ROMA –  L’Istituto per la Protezione e Ricerca Ambientale (Ispra), ente pubblico vigilato dal ministero dell’Ambiente, rischia il “collasso economico”. Ricercatori e tecnici, in sciopero da 40 giorni, lamentano il calo di 13 milioni del contributo ordinario girato dallo Stato, il conseguente disavanzo di bilancio di 6,3 milioni e la riduzione del personale dalle 1.650 unità del 2008 alle attuali 1.200.

 

Oltre alla sede di Castel Romano, Ispra gestisce vari laboratori in tutta Italia, tra cui il laboratorio Polveri Sottili di Roma, risultato primo in Europa sulle misure di particolato nell’aria PM 10 e PM 2,5, e il Centro di produzione di materiale di riferimento. Una buona base di partenza, secondo l’Unione sindacale di base della ricerca, per la costituzione della rete nazionale dei laboratori di eccellenza del Sistema nazionale per la protezione ambientale, costituito da Ispra e dalle Arpa/Appa.

Lo stesso direttore generale, nonché presidente incaricato dell’istituto, Stefano Laporta, denuncia la gravità della situazione e il pericolo reale di un blocco delle attività per mancanza di fondi e il licenziamento di precari storici. La conseguenza sarebbe che i controlli dei grandi impianti industriali, come l’Ilva di Taranto, gli adempimenti del protocollo di Kyoto e degli accordi di Parigi, le attività nelle zone terremotate e lo studio del territorio (cartografia geologica e naturalistica, studio e difesa della biodiversità), i controlli e le valutazioni ambientali (rifiuti, istruttorie VIA/VAS, AIA/IPPC, piattaforme off-shore), le certificazioni di qualità ambientale Emas e Ecolabel, la gestione delle emergenze ambientali, la supervisione agli interventi sui fondali dell’Isola del Giglio colpiti dal naufragio della Costa Concordia, i monitoraggi (qualità dell’aria e delle acque marino-costiere), le attività di laboratorio, per citare solo alcuni degli ambiti di attività dell’istituto, subirebbero un drammatico stop.

Il sindacato Usb Ispra attacca frontalmente il ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti che potrebbe “intervenire con integrazioni al contributo annuale elargito dal Mef”, ma finora non lo ha mai fatto privilegiando invece la ben più costosa società Sogesid, la società in house controllata congiuntamente dallo stesso ministero dell’Ambiente e dal Tesoro, già oggetto di un esposto all’Anac e di numerose interrogazioni.

Che la Sogesid sia nel cuore dell’unico ministro in quota Udc nei governi Renzi e Gentiloni non è un mistero. Quando nel 2014 si trattò di nominare l’amministratore delegato della società la scelta cadde su Marco Staderini, l’ingegnere da sempre fedelissimo di Pier Ferdinando Casini. Leggenda vuole che in quell’occasione il premier Renzi andò su tutte le furie per non essere stato consultato preventivamente su una scelta considerata strategica.

Ma si sa, più delle alleanze politiche contano gli interessi. La torta del dissesto idrogeologico, nel Paese delle frane e delle alluvioni, equivale a 2,3 miliardi di euro per realizzare 3.395 opere di messa in sicurezza del territorio, di cui 2500 ancora da iniziare. Staderini alla guida della Sogesid significava aprire un canale troppo importante nel business del futuro, le bonifiche ambientali.

Figurarsi se un uomo di potere come l’ex premier si faceva “scippare” la grande torta senza neppure “assaggiarne una fetta”. Così si era affrettato a creare a Palazzo Chigi un’unità di missione per gestire centralmente le risorse per l’apertura dei cantieri previsti nel decreto Sblocca Italia. Un modo per riportare alla Presidenza del Consiglio il centro decisionale degli interventi, sottraendolo, o quanto meno cogestendolo con il ministero dell’Ambiente.

E indovinate Renzi chi mette alla guida dell’unità di missione per il dissesto idrogeologico? Un suo fedelissimo, con tutti i titoli per far parte del “giglio magico”, quell’Erasmo D’Angelis, già consigliere regionale toscano e presidente di Publiacqua, la società pubblico-privata che gestisce il servizio idrico integrato di Firenze e provincia, con un passato in Legambiente.

In fondo non ci sarebbe nulla da obiettare se a fronte di un piano faraonico della durata di decenni, come quello della tutela del territorio, attraverso interventi operativi che vanno dalle bonifiche alla riqualificazione ambientale, dal trattamento dei rifiuti ai sistemi di monitoraggio, dalla gestione delle risorse idriche alla tutela delle acque marine, ci fossero diversi players coordinati da un’unica cabina di regia.

Ma qua in realtà sembra di assistere alla solita guerra tra poveri che si disputano le poche risorse che il bilancio pubblico nazionale è in grado di destinare effettivamente alla difesa del suolo. Ispra, Arpa, Sogesid, Unità di missione, Invitalia chiamata per bonificare il sito di Bagnoli, si affollano intono a un tesoretto che non c’è. Manca la mappa, senza la quale tutti prima o poi sono destinati a raggiungere i lavoratori dell’Ispra sul tetto dello stabilimento a protestare.

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