Sull’Atac si gioca una parte importante del futuro di Roma

Anche l’attuale direttore generale denuncia i mali dell’azienda ormai noti

ROMA – Siamo alle solite. Sul tema di Atac si rincorrono sempre, da troppi anni, le denunce e le scoperte dei baratri economici, finanziari e gestionali. Poco si fa invece ancora per individuare, e soprattutto praticare, le ricette che servono ad invertire una rotta che prosegue da lungo tempo, e che conduce al progressivo degrado del servizio. A farne le spese sono i cittadini, che assistono attoniti, da troppi anni, ad una qualità discendente del servizio di trasporto pubblico.

Ora a denunciare i mali che vengono dal passato è la volta di Bruno Rota, da poco tempo Direttore Generale dell’azienda capitolina. Gli aggettivi con i quali si può definire la condizione di Atac possono essere più o meno coloriti. Resta la sostanza: un debito insostenibile, una condizione industriale degradata, un perdurante squilibrio dei conti, una produttività inadeguata del lavoro e del capitale. Sull’analisi la convergenza ormai è unanime. Meno accordo si trova invece quando si passa ad analizzare le misure che servono per invertire un ciclo di lungo periodo.

Ad aver generato questa condizione concorre innanzitutto una autonomia molto limitata dell’azienda nell’assumersi le proprie responsabilità: i condizionamenti dettati dall’Azionista e dai partiti politici ne hanno snaturato la natura di impresa, per farle assumere sempre più il ruolo di una emanazione di interessi consolidati. I dirigenti sono diventati nel tempo formidabili giocolieri dell’italico trasformismo, per stare a galla nel mutamento del segno politico dell’amministrazione. Il tavolo delle relazioni industriali è diventato una ragnatela dei passi perduti, che non ha messo al centro la salvezza dell’impresa, quanto piuttosto il congelamento di una organizzazione del lavoro che si è dimostrata assolutamente non adatta ad assicurare un servizio decoroso ai cittadini ed una sostenibilità economica adeguata. I fornitori non sono stati partner del cambiamento industriale, ma hanno piuttosto cercato il mantenimento di rendite di posizione. Le politiche della mobilità non hanno determinato, nel traffico di superficie, quelle condizioni di scenario necessarie per aumentare la velocità commerciale del trasporto pubblico.

Insomma, esistono questioni fondative sulle quali occorre intervenire con decisione per ripristinare regole di ingaggio adeguate a porre le basi per un risanamento industriale. Il tempo che resta non è molto, sia per le condizioni degradate del conto economico e dello stato patrimoniale aziendale, sia perché occorre traguardare l’appuntamento delle scadenze europee che invitano a percorrere la strada della concorrenza per il mercato, almeno nel settore del trasporto pubblico su gomma. Perdere altro tempo sarebbe un errore capitale.

Dovrebbero averne consapevolezza tutti gli stakeholders coinvolti: l’Azionista, il committente pubblico dei servizi, il management, le organizzazioni sindacali, i fornitori. Su questa partita si gioca una parte determinante del futuro di Roma.

 

di Pietro Spirito

 

 

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