Il ‘processo’ a Emiliano, la Cassazione chiede l’ammonimento

La decisione della sezione disciplinare arriverà a fine mese

di Valentina Marsella

ROMA – Al Csm si è tornato a parlare della vicenda di Michele Emiliano e del procedimento disciplinare a carico del presidente della Regione Puglia e candidato alla segreteria Pd, magistrato attualmente fuori ruolo. Per Emiliano, sotto processo davanti al tribunale delle toghe per aver violato la legge sull’ordinamento giudiziario “iscrivendosi a un partito e svolgendovi attività partecipativa e direttiva in forma sistematica e continuativa”, la Procura generale della Cassazione ha chiesto al Csm l’ammonimento, sanzione meno grave prevista per gli illeciti disciplinari.

La decisione della sezione disciplinare arriverà però a fine mese: una nuova udienza è stata fissata dal vicepresidente del Csm, Giovanni Legnini, al 27 luglio per le conclusioni. Riguardo l’accusa rivolta a Emiliano di aver avuto, restando magistrato in aspettativa, un ruolo dirigenziale nel suo partito, il Pd, il procuratore Armando Spataro, nel ruolo di difensore davanti al ‘tribunale delle toghe’ ha fatto notare che c’era una autorizzazione esplicita per i suoi incarichi elettivi, prima da sindaco di Bari, per 10 anni, e poi come presidente di Regione. Incarichi che sarebbero legati inscindibilmente – questa la tesi difensiva sostenuta – al partito e all’indirizzo politico da dargli, altrimenti sarebbe come dire che il magistrato viene autorizzato solo ad “occupare una poltrona”. Magistrato in aspettativa e fuori ruolo, prima come sindaco di Bari, poi come assessore a San Severo e infine come presidente della Regione Puglia, Emiliano è accusato infatti di aver svolto incarichi dirigenziali nel Pd “non coessenziali all’espletamento dei mandati”  per cui è stato eletto.

Intanto, in attesa della decisione sul caso, Emiliano tiene a precisare “di aver fatto tutto per onorare l’ordine al quale appartengo” e “applicare la stessa correttezza che ho tenuto nelle mie funzioni giurisdizionali”. “La sezione disciplinare è chiamata a decidere su un caso non comune, definito nel gergo giornalistico dei ‘magistrati in politica’”, ma “se invertiamo la frase e diciamo ‘politici nella magistratura’ o ‘partiti nella magistratura’ abbiamo una visione diversa che è quella a cui dobbiamo guardare oggi”. Da questa premessa parte la tesi del pg Carmelo Sgroi, secondo il quale “l’obiettivo della sanzione disciplinare è preservare il magistrato, in ruolo o fuori ruolo, da un pregiudizio da appartenenza partitico-politica”. Ha ricordato che “Emiliano nell’interrogatorio ha prospettato la sua buona fede, per assenza di precedenti. Ma mi pare difficile sostenere una sorta di inconsapevolezza di incorrere nella violazione” alla luce della sentenza su Luigi Bobbio, magistrato e senatore, sul quale fu chiamata a esprimersi la Consulta.

Un caso diverso, secondo Spataro, tanto da ipotizzare la necessità di inviare nuovamente alla Corte Costituzionale le norme in base alla quale si contesta l’illecito. Nel caso di Bobbio, ha detto Spataro “la Consulta si era pronunciata su un mandato tecnico”, mentre per Emiliano il Csm ha autorizzato più volte un “mandato elettivo”. “Quale che sia, la vostra decisione – ha detto poi rivolto al collegio – sarà di importanza storica: si andrà a incidere sull’esercizio dei diritti costituzionali dei cittadini-magistrati”, in caso contrario “rischiamo di scrivere un giudizio di inaffidabilità di chi ha svolto un ruolo politico”.

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