Al gran carosello degli ambasciatori Belloni batte Alfano

Per le grandi sedi la Segretaria Generale fa “cappotto”. Il ministro si accontenta di Tunisi

ROMA – Ad inizio giugno avevamo dato notizia che al Ministero degli esteri era tutto pronto per il “big June”, ossia le nomine di quattro ambasciatori di massimo livello: Mosca, Parigi, Londra, Santa Sede. In base al principio popolare di “meglio due feriti che un morto”, i nomi, così come delineati dopo faticosi negoziati, potevano essere un onesto compromesso tra i candidati del Ministro Alfano e quelli dell’amministrazione degli esteri, incarnata nella potentissima Segretaria Generale, Elisabetta Belloni.

Purtroppo, c’è scappato il morto, o quanto meno un ferito grave. Infatti, portate ad un Consiglio dei Ministri di metà giugno, le nomine sono state stoppate da un intervento a gamba tesa della Boschi, sì proprio Maria Elena, propiziato – secondo indiscrezioni provenienti dai vellutati corridoi della Farnesina – dalla stessa Belloni, che voleva affermare di essere l’unico deus ex machina della diplomazia italiana.

Così la partita delle nomine è saltata ed è divampato uno scontro sotterraneo – ma senza esclusione di colpi – tra Alfano e la Belloni: il primo intenzionato mandare a Parigi il direttore degli affari politici Giansanti e a Londra l’attuale ambasciatore a Parigi, Magliano; la Belloni invece sosteneva per Parigi l’attuale ambasciatore a Buenos Aires, Teresa Castaldo (che si era “distinta” per l’organizzazione di una poco tradizionale missione pro referendum in Argentina per la Boschi lo scorso settembre) e, per Londra, Raffaele Trombetta, ex capo di gabinetto di Gentiloni e sherpa per il G7 di Taormina.

In più, Alfano voleva nominare a Tunisi il suo vice capo di gabinetto e suo ex compagno di scuola Lorenzo Fanara, che non ha però la necessaria anzianità di servizio. Al termine di quattro settimane di fuoco, Alfano ha infine ceduto sulle grandi sedi pur di ottenere Pasquale Farnara a Tunisi. Ieri sera dunque il Consiglio dei ministri ha formalizzato le nomine che rappresentano una cocente sconfitta per il ministro, la cui influenza e prestigio alla Farnesina subisce così un grave colpo, e un clamoroso successo della Segreteria Generale, che ha fatto poker sulle grandi ambasciate con le nomine di Sebastiani in Vaticano e di Terracciano a Mosca.

Lo smacco di Alfano sulle quattro grandi sedi non riesce ad essere controbilanciato neppure in parte dalla nomina (irrituale) di Fanara a Tunisi in quanto ciò rischia aprire anche un delicato fronte con i diplomatici, sempre molto sensibili al rigoroso rispetto dei tempi e delle modalità di progressione della carriera. Altro grande sconfitto, dopo Alfano, il direttore politico Giansanti, la cui candidatura a Parigi sarebbe stata bocciata – secondo alcune voci – per lo scacco subito dalla candidatura italiana al Consiglio di sicurezza dell’Onu e per le divergenze con la Belloni.

Siamo lontani anni luce da quando la direzione generale affari politici era considerata la struttura principe della Farnesina, serbatoio di Segretari Generali. Oggi risulta visibilmente appannata. La restante influenza di Alfano verrà ora messa alla prova dalle prossime nomine, tra cui spicca in chiave “elettorale” l’ambasciata di Buenos Aires, che vedrà scontrarsi i renziani, capitanati dall’ambasciatore a Belgrado Manzo, e il bersaniano De Luca, direttore generale per il sistema Italia. Altrettanto dura sarà la tenzone per Santiago del Cile, nelle mire dell’altro renziano “doc” Fontana (anche lui senza titoli necessari per l’incarico, ma accreditato di una solida amicizia giovanile toscana con Renzi).

Ma il vero capolavoro della “dama di ferro” è stato far trapelare all’esterno un’ardita ricostruzione secondo cui avrebbe subito tutte le nomine, decisamente orientate a sinistra, per riposizionarsi in una prospettiva post elettorale che potrebbe vedere l’ingresso a Palazzo Chigi di un premier di centro destra (o grillino). Ad ogni modo, secondo quanto trapela, le linee di comunicazione con centro destra e M5S sono già roventi.

 

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