Alla ricerca del deposito nucleare perduto

Ennesimo rinvio per la carta dei siti. Ad alto rischio gli stoccaggi temporanei.

ROMA – Per la localizzazione del deposito nazionale per lo stoccaggio delle scorie nucleari da anni si va da un rinvio all’altro. Proprio qualche giorno fa il ministro dello Sviluppo Economico Carlo Calenda ha annunciato l’ennesimo slittamento di altri sei mesi per la pubblicazione della Cnapi, la Carta delle aree potenzialmente idonee ad accogliere il deposito nazionale dei rifiuti radioattivi e del combustibile nucleare esaurito.

Nessun governo probabilmente vuole affrontare la “patata bollente” del sito nucleare, destinato comunque a sollevare proteste e contestazioni. Forse è ancora troppo fresco il ricordo della rivolta popolare che scoppiò nel 2003 a Scanzano in Basilicata quando il governo Berlusconi propose di edificare lì il deposito nazionale.

Secondo i primi studi che nonostante la segretezza trapelano, molte zone dello stivale sono improponibili in base ai 28 criteri di esclusione per la localizzazione. Alla fine le zone idonee sarebbero solo la parte meridionale della Puglia, parte della Basilicata ionica e del Molise, alcune zone costiere della Campania, del Lazio e della Toscana. L’elenco delle aree idonee non è ancora stato presentato.

Data l’inerzia, alla fine nei confronti del nostro Paese è stata avviata dalla Commissione europea una procedura d’infrazione per la mancata osservanza della direttiva europea 2011/70 dell’Euratom sul trattamento delle scorie nucleari. Sotto accusa il ritardo nella trasmissione del programma nazionale per l’attuazione della politica di gestione del combustibile esaurito e dei combustibili radioattivi, che avrebbe dovuto essere trasmesso entro il 23 agosto 2015.

Chi sono i responsabili di così gravi ritardi? E’ ovvio che una scelta così complessa comporti più di un soggetto influente e la somma di responsabilità diverse, da quelle tecniche operative, come quelle di Sogin, la società di Stato incaricata del decommissioning degli impianti nucleari e della messa in sicurezza dei rifiuti radioattivi, o di Ispra (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale), a quelle politiche, dei ministeri dell’Ambiente e dello Sviluppo economico, a quelle sovranazionale della Commissione Ue e dell’Euratom.

Sarebbe ingeneroso parlare di scaricabarile, ma una cosa è chiara con il nulla osta ministeriale alla pubblicazione della Cnapi, che prima o poi arriverà “non sarà deciso il sito che ospiterà il deposito dei rifiuti nucleari. Il percorso che deve portare all’individuazione dell’area è molto più articolato, ma allo stesso tempo aperto e trasparente”.

Se dunque tutto andasse liscio, il tempo stimato per arrivare all’autorizzazione per la costruzione del deposito nazionale, che dovrebbe costare un miliardo e mezzo di euro, è almeno di quattro anni dalla definizione delle caratteristiche delle aree potenzialmente idonee. Gli ottimisti prevedono la realizzazione dell’opera per la fine del 2025, mentre l’esercizio delle strutture per l’immagazzinamento dei rifiuti ad alta attività e del combustibile esaurito dovrebbe seguire.

E nel frattempo che ne facciamo dei rifiuti più tossici che esistono? In Italia sono poco meno di 100.000 i metri cubi di scorie radioattive da trattare. Di questi, circa il 60 per cento deriva dallo smantellamento dei rifiuti delle vecchie centrali nucleari. Il restante 40 per cento proviene dalle attività medico-industriali che continuano a produrre rifiuti radioattivi ancora oggi. Ogni anno, infatti, il volume delle scorie aumenta di 500 metri cubi, cioè 140 tonnellate.

Dove sono “provvisoriamente” stoccati? Sono depositati in maniera in siti spesso non idonei e a rischio. Come a Saluggia, in provincia di Vercelli, in Piemonte, nel centro Eurex, che si trova sulle sponde della Dora Baltea, vicino alla confluenza con il Po, in una zona ad elevato rischio alluvionale.

Ma è a soli 20 chilometri da Roma, intorno all’area dell’Enea della Casaccia, che parte dell’eredità nucleare italiana giace indisturbata: quasi 50.000 metri cubi di scorie, frutto delle centrali atomiche dismesse e delle terapie del sistema sanitario, sono chiusi in depositi che registrano ogni tanto una crepa o un allarme. Altri pericoli si corrono ogni giorno nelle vecchie centrali del Garigliano o di Latina, nei depositi di Saluggia o Rotondella.

Loredana De Petris, senatrice di Sinistra Italiana, ha da tempo lanciato l’allarme: “Continuare a raccogliere rifiuti nucleari in un’area così densamente urbanizzata come quella romana è in contrasto con i più elementari principi di precauzione”. Ma pare che sia tutto inutile e che nuovi carichi radioattivi continuino ad arrivare sistematicamente “in my back yard”.

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