La conferenza degli ambasciatori come l’orchestrina del Titanic

L’“iceberg” della situazione in Libia e della nazionalizzazione dei cantieri Saint Nazaire mette in ginocchio la nostra politica estera

di Johanna Mitzberg

ROMA – Così come per tutti i segretari generali della Farnesina che l’hanno preceduta, la Conferenza degli ambasciatori 2017 doveva essere il momento di massima visibilità della “étoile” della diplomazia italiana, Elisabetta Belloni, vero e proprio “camaleonte politico” che in pochi anni ha bruciato tutte le tappe della carriera.

Peccato che la conferenza si sia invece svolta in un’atmosfera tesa e cupa come non mai, a pochi giorni dalla fine della sanguinosa prova di forza delle nomine degli ambasciatori, risoltasi con il trionfo dei candidati belloniani e la sconfitta di quelli del ministro Alfano. Nomine figlie per lo più di logiche di cordata, che hanno lasciato un diffuso mal di pancia fra le feluche, la maggior parte delle quali non iscritta alla cerchia né dei “minion” belloniani, né dei compagni di scuola del ministro “senza quid”.

Intanto, proprio mentre flash e luci illuminavano i sorrisi dei convenuti per le telecamere, il Titanic-Farnesina è andato a cozzare ancora una volta contro la dura realtà della politica internazionale. Quella vera, non quella “del personale” che, come si usa dire alla Farnesina, è l’unica politica che conta.

Infatti, sia sul piano sostanziale che su quello di immagine, peggio non poteva andare. Praticamente in un batter d’occhio il presidente francese Macron ha demolito un quinquennio di politica italiana in Libia. E, per aggiungere beffa al danno, questo avveniva mentre il ministro degli esteri francese, in qualità di ospite d’onore, sedeva al tavolo d’onore della Conferenza. Peccato che in sala non c’era il nostro ministro dell’Interno, Marco Minniti, la cui funzione sussidiaria in politica estera va trasformandosi ogni giorno che passa in supplenza.

Comunque, a poche ore di distanza, a sottolineare impietosamente il deficit di autorevolezza del nostro Paese, i cugini francesi mettevano al tappeto il nostro governo con il terrificante uno-due della nazionalizzazione dei cantieri STX, in barba a mesi di febbrili negoziati condotti dal governo, che avrebbero dovuto portare alla loro acquisizione da parte di Fincantieri, altra società non a caso presieduta da un ex peso massimo degli esteri, Giampiero Massolo.

Questo disastro segue a ruota altri contundenti ko incassati dall’Italia sul ring internazionale: i Marò, il caso Regeni, la pesantissima sconfitta al consiglio di sicurezza ONU. Sul fronte interno sono imputati alla gestione amministrativa il ridimensionamento della cooperazione allo sviluppo, strumento essenziale di politica estera in decine di paesi emergenti, una politica di gestione del personale improntata a criteri extra professionali e a un dissennato “largo ai giovani” (funzionale anche, in tutta evidenza, a indebolire la concorrenza di autorevoli colleghi senior), nonché a tagli selvaggi delle risorse umane (diminuite di quasi il 25%in dieci anni) e di quelle finanziarie (ormai il bilancio del ministero non supera lo 0,11% della spesa pubblica) e ad irragionevoli logiche di genere, come gli stessi sindacati dei diplomatici italiani hanno unitariamente più volte denunciato.

Unica voce fuori dal coro dei “minion” quella di Cesare Ragaglini, autorevole ambasciatore a Mosca ormai prossimo alla pensione, che ha con chiarezza descritto una Farnesina sempre più autoreferenziale, sempre meno incisiva, che non riesce più ad invertire la sua parabola discendente. Non appare casuale che alcune sue lucide considerazioni sugli interessi italiani in Russia siano state oggetto di violenti attacchi da parte di esponenti politici.

 

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