Il sistema carcerario ancora sotto accusa

"Se si ripensasse il carcere come un luogo dove gli agenti di polizia penitenziaria e i detenuti, ciascuno nel suo proprio ruolo, non fossero tra di loro nemici giurati ma operatori attivi della medesima giustizia, le cose andrebbero ben diversamente."

ROMA – Una delle ferite aperte più dolorose nell’ordinamento giuridico e amministrativo italiano è senz’altro quella del sistema penitenziario. Quasi quotidianamente le cronache parlano delle condizioni fatiscenti delle nostre carceri, di evasioni, di suicidi di detenuti e di guardie carcerarie. La Corte di giustizia europea ha più volte condannato l’Italia per le condizioni in cui versano gli istituti di pena. Questo stesso giornale è intervenuto sul tema per unirsi a quanti reclamano da anni una riforma decisa del sistema.

Gli ultimi drammatici avvenimenti e le denunce che arrivano dal buio più profondo della detenzione sono oggetto di numerosi interventi tra cui quello del Segretario della Fns Cisl Federazione Nazionale della sicurezza della Cisl Pompeo Mannone. Abbiamo chiesto ad uno del massimi esperti italiani della materia, il prof. Nicola Siciliani De Cumis*, di illustrare per noi uno scenario che indiche le possibili vie d’uscita da un impasse che sembra insuperabile.

Il comunicato di Mannone. “L’evasione di due detenuti dal carcere di Civitavecchia è un ulteriore ed ennesimo accadimento che mette a nudo il malfunzionamento del sistema complessivo della gestione delle carceri italiane ed in particolare della sicurezza interna degli istituti di pena”, afferma nel comunicato Mannone. Il Segretario denuncia la criticità del complesso pianeta carcere, dalla carenza del numero di agenti necessari al servizio, a fronte di un aumento dei detenuti (3000 in più rispetto al 2016 con un tasso di sovraffollamento pari al 113%), ai sistemi di antintrusione ed antievasione inadeguati. “In prospettiva il sistema necessita di un progetto riformatore che inizi il suo cammino perché ad oggi la percezione degli addetti ai lavori è quella che tutto peggiori senza la prospettiva che possa migliorare”, conclude il comunicato.

Il commento del prof Siciliani De Cumis. Caro Direttore, non avrei dubbi sul fatto che le criticità strutturali sollevate nel comunicato del Segretario della Fns Cisl Federazione Nazionale della sicurezza della Cisl Pompeo Mannone, abbiamo un evidente, serissimo fondamento. Sarebbe tuttavia a mio parere un gravissimo errore di prospettiva il limitare la questione penitenziaria solo alla denunzia delle carenze “quantitative”: pochi agenti, più  agenti; mancanza di spazio, più spazi; scarso rigore, più rigore”, ci scrive Nicola Siciliani De Cumis, ritenuto il massimo studioso italiano nel campo della pedagogia.
Il problema principale, – continua il pedagogo –  quello umanamente, socialmente e politicamente più grave e pressante, e che concerne la reale sicurezza di tutti i cittadini dello Stato, è  a mio parere un altro. E riguarda la gravissima divergenza, l’abisso che si è venuto a determinare tra le effettive finalità sanzionatrici del carcere e le vere ragioni educative  della detenzione, da una parte, e le perduranti modalità, prevalentemente recriminative e vendicative,  della carcerazione, dall’altra parte. È un problema di crescita culturale generalizzata. Voglio dire che se l’esecuzione penitenziaria riuscisse ad essere nel senso comune della gente ciò che è chiaramente sancito nelle norme costituzionali e negli articoli dei regolamenti dell’esecuzione penitenziaria, le cose andrebbero assai diversamente. Lo dimostrano in modo schiacciante le statistiche sulla recidiva e sulla scarsità di evasioni e di suicidi,  nei carceri come quelli di Bollate, Volterra, Catanzaro ecc.. Quando cioè la detenzione riesce a tradursi in un combinato di sanzione detentiva e di riqualificazione umana del maggior numero possibile dei suoi ospiti, tutti i problemi drammaticamente posti nel comunicato Mannone (evasioni, suicidi, agenti e detenuti, crisi strutturale  del sistema e altro) si porrebbero in ben altro modo e troverebbero davvero la loro giusta, legale soluzione. Altrimenti andrà sempre peggio: e non sarà “colpa” di questo o di quello, ma la responsabilità ricadrà egualmente su tutti i cittadini, sia detenuti sia liberi (tecnici, politici, società civile). In altri termini, fino a quando le carceri non si attrezzeranno ed essere finalmente quei luoghi dell’I care, previsti dall’articolo 27 della Costituzione italiana in tema di sicurezza e di congiunta  osservanza umana nel trattare la detenzione come procedura anzitutto “rieducativa” (cioè educativa e autoeducativa) di tutte le persone doverosamente coinvolte, la carcerazione rimarrà  la condizione umana da cui evadere in ogni modo possibile (al limite anche con il suicidio). Se invece si ripensasse il carcere come un luogo dove gli agenti di polizia penitenziaria e i detenuti, ciascuno nel suo proprio ruolo,  non fossero tra di loro nemici giurati ma operatori attivi della medesima giustizia, le cose andrebbero ben diversamente.  Le dimensioni  strutturali non sarebbero quei luoghi di tortura che per lo più sono oggi,  ma ambiti necessari di elaborazione e rielaborazione intellettuale e morale. Sedi istituzionali di una indispensabile crescita umana.  Ed è ciò che dovrebbe avvenire con il concorso di tutte le istanze politiche e civili interessate: del governo, dell’insieme dei ministeri  e delle amministrazioni penitenziarie,  dei direttori delle singole istituzioni penali con i propri staff educativi e senza meno della società civile educante… Con la scuola, l’università, i mass media, gli intellettuali di professione, i cittadini che se la sentano in prima fila. Già nell’Ottocento Niccolò Tommaseo, il grande linguista e patriota, avvertiva: “I carcerati abbiano scuola: e i più colti d’ingegno sotto la vigilanza non d’aguzzini, ma di cittadini, ammaestrando gli altri, vengano educando se stessi”. 

*Professore emerito di Pedagogia all’Università La Sapienza di Roma

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