Anche l’Eni, un po’ alla volta, lascia Roma?

Con la costruzione del nuovo quartier generale del gruppo a S. Donato Milanese si materializza il fantasma della “grande diaspora”

ROMA – Quando giorni fa è uscito il comunicato dell’impresa Salini Impregilo in pochi gli hanno dato importanza. Poche righe sui giornali milanesi nel contesto di articoli di più ampio respiro sulle strategie internazionali del Cane a sei zampe. Riscontri ufficiali che non facevano che confermare quanto dichiarato nei mesi scorsi: l’Eni non se ne va da Roma.

Eppure la notizia poteva dar adito a qualche dubbio: “Salini Impregilo si è aggiudicata un contratto del valore di 171 milioni di euro per la realizzazione della nuova sede del gruppo energetico italiano Eni a Milano. Il nuovo centro direzionale sarà realizzato nel comune di San Donato Milanese, sulla base di un progetto dello studio statunitense di architettura Morphosis Architects guidato dal premio Pritzker Thom Mayne.

“Il complesso, su un’area complessiva di circa 65mila mq, sarà costituito da tre uffici direzionali, una mensa aziendale, un centro conferenze e uno spazio espositivo. Ospiterà 4600 postazioni di lavoro e grande attenzione sarà data all’efficienza operativa per ottenere significativi risparmi nei costi di gestione”.

Salini Impregilo costruirà

il centro direzionale del Cane a sei zampe

Ad alimentare inoltre i dubbi c’erano i particolari dell’iniziativa immobiliare che facevano pensare ad una costruzione aggiuntiva rispetto alla “Città Eni” già insediata a San Donato Milanese. Si tratta infatti del “Sesto Palazzo Uffici”, oltre i cinque già esistenti, “per realizzare il nuovo quartier generale di Eni”. In più – riportano le cronache locali – si ha notizia di alcuni nodi sulla viabilità ancora da sciogliere per il grande afflusso di traffico che il nuovo complesso e i relativi dipendenti porteranno a San Donato.

Certo è che a Roma non sono stati pochi quelli che hanno fatto un salto sulla sedia. Sembrano infatti materializzarsi un’altra volta i fantasmi che nella primavera scorsa avevano accompagnato la grande fuga delle aziende dalla capitale. Allora tutti denunciarono il disastro, ma nessuno mosse effettivamente un dito. Prima Sky, poi il Tg5, poi le multinazionali del farmaco, infine la Esso, scapparono da Roma, chi a Milano, chi a Genova, chi altrove.

In quell’occasione cominciarono a circolare insistentemente voci sull’intenzione dell’Eni di abbandonare progressivamente la Capitale. Si parlò di un piano per spostare progressivamente le attività del gruppo petrolifero a Milano e sgomberare il “Palazzo di vetro” che si affaccia nel laghetto dell’Eur. Il segretario della Filctem Cgil si dichiarò preoccupato per i 1800 dipendenti della sede del gruppo all’Eur. Ma l’Eni, interpellata, smentì “tassativamente” il trasloco.

A questo nuovo campanello d’allarme, Romacapitale.net ha rifatto il giro degli influenti per capire come stanno veramente le cose. E in effetti il “Cane a sei zampe” continua a smentire imminenti trasferimenti, ma le smentite sembrano un po’ meno “tassative”. Il sindacato, pur confermando la propria preoccupazione, forse anche per non creare allarmismi, giudica “azzardato il legame sulla concentrazione delle attività a S. Donato. Bisogna tener conto che in quell’area ci sono attualmente 12.000 lavoratori suddivisi in molti palazzi. Potrebbe quindi trattarsi di una scelta di razionalizzazione”. Ma l’affermazione appare più un auspicio che una certezza.

La nevrosi collettiva che esplode ogni volta che si parla di fuga, vera o presunta, delle grandi aziende dalla Capitale assume oramai i connotati della grande crisi politica. Le istituzioni assistono impotenti all’emorragia senza fine di posti di lavoro e di risorse, mentre si infittiscono gli appelli retorici al sostegno e alla solidarietà con i lavoratori. Regione, Comune, associazioni imprenditoriali protestano in maniera tanto energica quanto sterile. A farne le spese, come un vaso di coccio in mezzo ai vasi di ferro, c’è la città, che vede il suo degrado aumentare di giorno in giorno ed ingrossarsi le fila dei senza lavoro.

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