Cercasi amministratore di Telecom disperatamente

Il comitato nomine non si presta ai giochini di palazzo

ROMA – Forse Bollorè e De Puyfontaine pensavano di cavarsela in quattro e quattr’otto quando la settimana scorsa hanno convocato il comitato nomine di Telecom per la scelta del nuovo amministratore delegato al posto del superliquidato Flavio Cattaneo.

Per salvare infatti le apparenze, avevano incaricato preventivamente la società di cacciatori di teste Egon Zehnder di preparare una lista di improbabili candidati (senza neppure intervistarli) tra cui sarebbe stato poi facile scegliere quel Amos Genish, di fatto già insediato. Probabilmente Vivendi aveva pensato di replicare la stessa manovra adottata con successo dagli azionisti francesi di Unicredit e Assicurazioni Generali per nominare – anche allora con l’aiuto di Egon Zehnder – i nuovi ceo, rispettivamente Jean Pierre Mustier e Philippe Donnet.

Ma evidentemente avevano fatto i conti senza l’oste. La procedura infatti è apparsa subito rabberciata tant’è che i consiglieri indipendenti del comitato hanno sollevato la difficoltà di definire competenze e profilo dell’amministratore delegato che serve a Telecom, viste le incertezze sul ruolo e le deleghe che gli dovrebbero essere assegnate in un organigramma già particolarmente affollato, dove le principali deleghe operative sono in capo al presidente De Puyfontaine, altre al vice presidente Recchi, oltre a quelle di fatto assegnate allo pseudo direttore generale Genish.

Fermi tutti dunque e palla al centro. Innanzitutto sono state incaricate altre due importanti società di head hunter, Spencer Stuart e Russell Reynolds, per affiancare Egon Zehnder. A tutte e tre è stato posto il quesito pregiudiziale se con l’attuale assetto di governance di Telecom c’è spazio per un’ulteriore figura apicale. La ovvia risposta negativa, non ancora formalizzata, aprirebbe il problema di ridisegnare il vertice del gruppo, specificando quali deleghe andrebbero trasferite al nuovo ceo e chi le dovrebbe cedere.

Roba dunque da assemblea dei soci, con tutti i rischi connessi alla delicatissima questione aperta del controllo del gruppo, al centro del duro confronto a tre tra Vivendi, il governo italiano che ha nominato una commissione di esperti per stoppare i francesi e il governo di Parigi che, senza bisogno di alcuna commissione, ha nazionalizzato tout court i cantieri navali Stx già ceduti a Fincantieri.

A questo punto probabilmente non conviene a nessuno forzare la mano. Se ne parlerà ai massimi livelli nel summit italo-francese della prossima settimana tra i ministri dell’Economia dei due paesi quando tutti i nodi verranno al pettine. Nel frattempo il patron di Vivendi e gli stessi advisor Sabino Cassese e Andrea Zoppini, che difendono il gruppo francese, farebbero bene a mettere la sordina a De Puyfontaine che invece continua, contro ogni evidenza, a dichiarare ai quatto venti che “tutti i dati empirici mostrano inequivocabilmente (?) che il socio francese che possiede quasi il 24% delle azioni non è in grado di controllare le assemblee ordinarie della società italiana delle comunicazioni”.

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