La novità del nunzio apostolico straniero a Roma

Ecco chi è Emil Paul Tscherrig, attuale nunzio in Argentina. Sostituisce l’arcivescovo Bernardini “non gradito” da Papa Francesco

ROMA – Ancora uno strappo alla “regola” in Vaticano. Per la prima volta dalla firma dei Patti lateranensi del 1929, il nunzio della Santa Sede in Italia non sarà italiano, ma svizzero. A Emil Paul Tscherrig, 70 anni, originario di Unterems, nel Canton Vallese, attuale nunzio in Argentina, viene affidato il compito di gestire i rapporti diplomatici tra le due sponde del Tevere.

Sostituisce l’arcivescovo uscente Adriano Bernardini, il cui difficile rapporto con Bergoglio è noto sin dal giorno della fumata bianca, come racconta la vaticanista Elisabetta Piquè nel suo libro «Francesco vita e rivoluzione», in cui sono descritte le difficoltà vissute da Papa Francesco nei rapporti con la Curia romana prima della sua elezione al soglio. Piqué scrive di un gruppo di persone che «comincerà a fargli la guerra» e annovera tra queste l’allora nunzio in Argentina, Adriano Bernardini e l’allora Segretario di Stato Angelo Sodano. La maggior parte dei problemi avevano a che vedere con le nomine dei vescovi, dato che a Roma venivano bocciati i candidati proposti da Conferenza episcopale argentina.

Se fra Bernardini e Bergoglio non è scattata la scintilla, con Tscherrig è stato diverso. Lo svizzero e il Papa hanno avuto modo di frequentarsi per poco più di un anno, ma deve essere bastato a Francesco per entrare in sintonia, tanto da avergli affidato lo scorso anno il delicato incarico, seppur breve, di suo inviato in Venezuela, col compito di dialogare tra le parti in causa, per poi essere sostituito da un altro arcivescovo, Claudio Maria Celli.

Come fa notare Andrea Riccardi, che certo non è un critico di Papa Francesco, sebbene l’obiettivo di Bergoglio sia quello di modellare la cultura ecclesiastica su base globale al fine di renderla capace di comprendere e operare in un mondo complesso, il percorso verso l’internazionalizzazione potrebbe di riflesso andare a sacrificare il “lessico comune” che lega tradizionalmente il Vaticano al Belpaese, nonchè il dialogo diretto che unisce la Curia al territorio romano e italiano.

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