A che gioco gioca l’Enel?

Due terzi degli investimenti fatti all’estero. Banche internazionali e Sgr detengono il 54% del capitale. I rischi per la situazione energetica nazionale

ROMA – Oramai siamo sommersi dai comunicati quindicinali o mensili dell’Enel che annunciano conquiste in tutti i paesi del mondo. E ogni volta il mondo dei media ha una specie di sussulto di orgoglio nazionale e titola a 5/6 colonne “La sfida di Enel ai tedeschi nella geotermia – Più di mezzo miliardo per tre pozzi in Baviera e le esplorazioni nell’isola di Sumatra (sì, avete capito bene, proprio l’isola dell’arcipelago indonesiano); oppure “L’Enel realizzerà il maggiore parco solare dell’Australia, con un investimento da 157 milioni”; oppure è delle stesse settimane l’acquisto per 400 milioni di un ulteriore 13,6% del capitale delle controllate rumene E- Distributie Muntenia ed Enel Energie Muntenia, portando così la propria partecipazione al 78%.

Così, dopo Europa, America Latina, Asia e Africa, il gruppo guidato da Francesco Starace completa il puzzle geografico e pianta la bandierina nell’ultimo continente che gli mancava. Con le recenti conquiste la quota di margine operativo generata all’estero, che a fine 2016 era già oltre il 57%, è destinato a doppiare a breve quota 60%.

Ora però qualcuno comincia a domandarsi: “Cui prodest questa sfrenata campagna di internazionalizzazione dell’Enel?”. La risposta è imbarazzante. Non giova certo agli utenti del servizio elettrico, cioè le imprese e le famiglie, perché ogni mese pagano bollette del 20-25% superiori a quelle della media europea. Non giova agli italiani la cui sicurezza negli approvvigionamenti energetici viene è stata messa a rischio dall’effetto combinato della chiusura di molte nostre centrali elettriche e dal dimezzamento delle esportazioni francesi, che a loro volta hanno a causa di una manutenzione straordinaria che ha ridotto drasticamente il la disponibilità del parco di impianti termoelettrici nucleari.

E se le condizioni climatiche del prossimo inverno o la ripresa dell’attività industriale dovessero creare un aumento della domanda di energia (cosa che in parte è già avvenuto con il responsabile della rete che ha dovuto richiamare prudenzialmente in servizio tre centrali precedentemente chiuse) che succederebbe? La risposta dovrebbe essere scontata ed è stata ben sintetizzata dal coordinamento sindacale della Filctem Cgil: “Queste circostanze evidenziano la necessità che le dismissioni delle vecchie centrali termoelettriche avvengano in una cornice di sicurezza, applicando criteri orientati alla riduzione graduale delle potenze di esercizio e all’adeguamento tecnologico dei singoli impianti, per i quali sono necessari investimenti significativi per aumentare la flessibilità adeguandoli alle nuove esigenze della rete”.

Ma questa linea stride con le attuali scelte strategiche dell’Enel orientate in una sola direzione: “Creare valore agli azionisti”. E chi sono gli azionisti dell’ex Ente nazionale? I grandi fondi di investimento internazionali che oramai detengono il 54% del capitale, segue a gran distanza il ministero dell’Economia (23,6%) e infine i piccoli risparmiatori (22,4%).

Alle banche e ai fondi di investimento, ovviamente, non interessa assolutamente niente che l’Enel investa le proprie risorse in Italia per ammodernare i vecchi impianti o accrescere la potenza installata da fonti rinnovabili, o ridurre il costo della bolletta. I ritorni di questi investimenti in termini di utili sarebbero modesti, quindi molto meglio guardare a mercati assai più redditizi. E infatti il buon Starace, il più fedele interprete di questa linea, lo dice apertamente: “In Italia, purtroppo, non c’è più crescita di domanda di energia, anzi la domanda si contrae. È facile comprendere come nella situazione italiana ogni ulteriore aggiunta di offerta di un certo tipo, non possa che andare a scapito delle altre, causando resistenze e contrasti. Visto che invece in gran parte del mondo la domanda è in grande crescita e c’è spazio per tutti, soprattutto per chi lavora più seriamente, facendo offerte tecnologicamente avanzate ed economicamente favorevoli, preferiamo concentrarci su quei mercati”.

I risultati che mandano in estasi gli azionisti si leggono facilmente nell’ultimo bilancio del gruppo. Nonostante i ricavi nel 2016 si siano ridotti del -6,7% rispetto all’anno prima e l’indebitamento sia cresciuto, l’importante è che l’utile sia arrivato a 3.243 milioni (+12,3%), il dividendo sia stato pari a 0,18 euro per azione e il pay-out, il totale dei dividendi pagati agli azionisti, abbia superato abbondantemente il 50% degli utili.

In queste condizioni sembrano patetici i ministri Galletti e Calenda che annunciano trionfalmente che “si è appena conclusa la consultazione pubblica sul documento preliminare della Strategia Energetica Nazionale (Sen), il piano decennale del Governo italiano per anticipare e gestire i cambiamenti del sistema energetico. Adesso si apre la fase della decisione con l’individuazione delle scelte tecniche e di quelle strategiche, nonché quella dell’implementazione”.

Dicono i due ministri che sono arrivati quasi mille commenti, segnalazioni e proposte da privati cittadini, aziende, mondo accademico e associazioni. Ma non ci prendiamo in giro: sono state sentite Goldman Sachs, Merryl Linch, Blackrock, Vanguard, J.P.Morgan, Pimco, Assogestioni che li rappresenta tutti, cioè i veri padroni dell’Enel e dell’Eni? E’ con loro che andranno concordate le linee della ‘strategia energetica italiana’.

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