Il caso Consip agita le acque del Csm

Il pm napoletano Woodcock verso il proscioglimento. Fughe di notizie e strumentalizzazioni politiche inquinano i pozzi

ROMA – La richiesta di archiviazione è pronta. I magistrati romani hanno deciso di chiudere così la vicenda del pm napoletano Henry John Woodcock indagato a Roma per concorso in falso e rivelazione di segreto d’ufficio. Nei prossimi giorni la richiesta sarà inoltrata al gip.

Il primo reato contestato era la rivelazione di segreto d’ufficio per la fuga di notizie realizzata con l’articolo del Fatto che svelava l’inchiesta Consip il 21 dicembre 2016 a firma Marco Lillo. Il secondo capo d’accusa era il concorso in falso con Scafarto in relazione alla parte dell’informativa depositata il 9 gennaio scorso che riguardava la presenza di Servizi segreti durante alcune attività di indagine.

Ma se una pagina sta per chiudersi, le acque in Csm restano agitate. Al centro della tempesta questa volta c’è la pubblicazione del “verbale Musti”, dal nome della procuratrice di Modena Lucia Musti che aveva raccolto la deposizione del colonnello dei carabinieri Sergio De Caprio, alias Ultimo. Ma quelle rivelazioni non avevano alcun riferimento all’intercettazione tra il segretario del Pd Matteo Renzi e il generale della Guardia di Finanza, Michele Adinolfi, ma riguardavano un’altra indagine condotta dal Noe dei carabinieri di Ultimo in merito al procedimento Cpl Concordia, la cooperativa rossa i cui dirigenti si accordarono con i vertici del clan dei casalesi che gestiva i lavori di metanizzazione e la distribuzione del gas nell’agro-aversano.

In quel verbale la Musti riferisce che il colonnello De Caprio e il maggiore Giampaolo Scafarto le erano sembrati degli esagitati, e “non mi piaceva neanche il rapporto che avevano con l’autorità giudiziaria perché a me avevano detto: ‘Dottoressa, lei se vuole ha una bomba in mano che può fare esplodere quando vuole’. Il colonnello De Caprio, secondo me, pensava che io chissà cosa avessi potuto fare, forse il burattino nelle sue mani”. In realtà, nonostante fossero esagitati, Musti, sulla base di un loro rapporto, si era messa a fare un’attività di intercettazione anche delicata, a livello di Cpl, ma siccome non erano emersi elementi per un processo e le “intercettazioni costano”, aveva staccato i microfoni e archiviato.

Il caso comunque ha acceso gli animi all’interno del Csm sulla fuga di notizie e la pubblicazione sulla stampa di notizie e atti giudiziari riservati. Il giudice togato della corrente di Area (sinistra), Piergiorgio Morosini, ha tenuto a precisare che “diverse testate hanno fatto credere che la responsabilità sulla fuga di notizie dell’intercettazione Renzi-Adinolfi (contenuta nel fascicolo Cpl-Concordia) fosse dei pm, mentre abbiamo sentito dai lavori della Prima Commissione che è radicalmente da escludere la responsabilità del pm Woodcock”.

Gli ha risposto visibilmente risentito Luca Palamara, togato di Unicost (centrista) e relatore, insieme ad Aldo Morgigni della pratica: “Non è rispettoso del lavoro della Prima Commissione annunciare preventivamente l’esito sulla divulgazione delle intercettazioni”.

Come che sia, il caso Consip, lungi dall’avviarsi alla conclusione istruttoria, continua a produrre veleni e strumentalizzazioni politiche e l’avvicinarsi della stagione elettorale è inevitabilmente destinato ad alimentare il fuoco.

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